“Desideroso di piacere solo a Dio”

(Gregorio M., II° Dialoghi 1)

Dati e fonti storiche

La tradizione storica ha collocato l'esistenza di S. Benedetto fra il 480 e il 547 circa, ma studi critici più recenti tendono a spostare le date in avanti di una ventina d'anni e più. Si arriverebbe così molto più vicini all'unico biografo che ci ha fornito notizie sul nostro Santo, una personalità eccezionale anche questa, com'è San Gregorio Magno, che dedica l'intero II° libro dei Dialoghi (d'ora innanzi citeremo: II D) al Patriarca dei Monaci occidentali. Il grande Papa non ne ha avuto conoscenza personale, però cita e nomina più volte come sua fonte un gruppo di discepoli immediati, di cui qualcuno ancora vivente. Il limite sta nel fatto che S. Gregorio non scrive una biografia secondo i criteri e le esigenze storiografiche moderne, indulge troppo, seguendo i gusti del tempo e le esigenze di una catechesi facile e concreta per i popoli nuovi, all'elemento miracoloso nella vita del Santo, mira soprattutto all'edificazione, e ha una sua dottrina spirituale da esporre che vuole illustrare con certi fatti; forse anche di fronte alle grandi figure monastiche dell'Oriente (Antonio, Pacomio, Basilio) o delle Gallie (S. Martino di Tours per es., già molto popolare grazie alla Vita scritta da Sulpicio Severo), vuoi dimostrare che l'Italia ha il suo eroe, alla pari degli altri. Tutto questo forma un particolare genere letterario da leggersi con determinate cautele, tuttavia la vicinanza dei fatti (il S. Papa scriveva nel 593-594), l'intreccio di luoghi, avvenimenti e persone anche di primo piano e ben noti al suo tempo, non possono dissolvere la sostanza del racconto in una costruzione immaginaria dove regna soltanto il leggendario o quasi. L'insieme dell'edificio quindi, pur non escludendo qualche abbellimento da «fioretti», poggia sul solido, se viene letto nel suo genere. Così pure nessuno finora ha avanzato ragioni serie, corredate da prove, per dubitare che S. Benedetto sia autore della famosa Regula monachorum (sarà citata con la sigla RB) che la tradizione posteriore gli ha attribuito e che San Gregorio elogia per primo conferendole così, oltre ai meriti intrinseci propri, l'avallo della sua autorità indiscussa per i secoli seguenti. Di nuovo invece c'è che gli studi approfonditi degli ultimi decenni hanno messo in più chiara evidenza tutte le fonti da cui dipende la RB, e specialmente il suo modello immediato - com'è ammesso quasi universalmente oggi -, la enigmatica Regula Magistri, un testo tre volte più esteso di quello benedettino, scritto poco prima da ignoto e probabilmente nell'ambiente stesso dove visse e operò S. Benedetto (altri ne pongono l'origine nella Gallia meridionale). Ma se questo tende a diventare un dato pacifico, dopo tante polemiche, e se ultimamente è apparso ancora più forte (qualitativamente, se non quantitativamente) l'influsso di S. Agostino e della sua Regola monastica, questo modifica e illumina di altra luce certi aspetti, non distrugge l'immagine di S. Benedetto e della sua Regola, come vedremo. In una visione globale, si può dire che S. Benedetto non si è proposto minimamente di scrivere un'opera originale a tutti i costi, come dichiara esplicitamente nell'ultimo capitolo. Tenendosi invece agli usi dei tempi, egli attinge dai ricco patrimonio della tradizione precedente (e specialmente dall'ampio materiale che gli offre la Regola Magistri, a quanto sembra) tutto quello che gli pare conveniente per il suo scopo, mentre contemporaneamente egli sa adoperare con tale arte e finezza il criterio del discernimento in ciò che sceglie od omette, modifica e adatta, che la lettura del suo testo affrontato oggi con tutto l'apparato scientifico possibile, rende assai più chiaro e completo il suo pensiero, rivela molto meglio,fino alle sfumature, le sue preferenze e le sue esclusioni, il suo stile inconfondibile, le finalità ultime che si propone. E' finito quindi il tempo di una certa lettura ingenua della RB (e anche del libro dei Dialoghi), come di un testo spirituale a se stante, quasi senza antecedenti a senza riferimenti a un quadro più ampio in cui si colloca e che ce ne dà spesso la chiave vera d'interpretazione e la misura precisa. Può essere caduta così una certa immagine tradizionale trionfalistica di S. Benedetto, ma nella realtà le ultime scoperte e il confronto rigoroso con le sue fonti più si spinge a fondo, più rivela a distanza ravvicinata, per dir così, una personalità viva e forte, che ha una sua propria esperienza e visione spirituale e a cui non manca nemmeno in molti tratti l'impronta del genio, specialmente là dove è questione di tatto, discrezione, di un mirabile equilibrio e fusione dell'umano e divino (qualità molto lontane, per es., dalle pagine della Regula Magistri, anche nei passi dove il testo benedettino gli è chiaramente debitore). Su questa base rigorosa e aggiornata, diamo prima le linee essenziali della sua vicenda personale, poi la costruzione ideale che egli ha tracciato nella Regola della vita spirituale del monaco, dentro una concreta comunità di fratelli.

monastero San Giovanni

Le tappe di una vita

Originario di Norcia in Umbria, ma appartenente a quanto pare a una ragguardevole famiglia romana, da giovane lo troviamo dapprima a Roma per il corso di studi. L'Impero Romano era crollato (secondo la data tradizionale del 476) alla vigilia della sua nascita. Le successive invasioni barbariche avevano finito per sommergere tutto e creare il caos nel campo socio-politico, mentre la scuola non sapeva che ripetere i moduli della vecchia cultura classica, rifacendosi alle glorie del passato, incapace di indicare altre vie di uscita. E' qui che il nostro giovane, molto più maturo spiritualmente dei suoi anni di età, come nota S. Gregorio (II D, 1), si fa critico e contestatore della realtà in cui vive: rifiuta di lasciarsi trascinare come tanti suoi coetanei nel pantano di una società corrotta in piena decadenza, e decide di troncare anche il ciclo degli studi che, se gli apriva la strada per una carriera accettando il gioco comune, in realtà gli appariva come un girare a vuoto che non serviva a costruire né l'uomo né il cristiano. Si tratta perciò, per dirla con una tipica e profonda espressione gregoriana (ivi), "consapevolmente ignaro e sapientemente spinto» (scienter nescius et sapienter indoctus), con l'ignoranza cioè di chi ha capito troppo bene e con l'incultura di chi non vuol più saperne. Non era però una critica soltanto negativa o una fuga dettata da paura: in realtà S. Gregorio ci fa sapere che egli seguiva un'altra voce misteriosa che gli parlava dentro e lo chiamava per un'altra via, quella della vita monastica. Ancora non sapeva, ma la sua uscita dal mondo come quella di Abramo (a cui allude Gregorio), doveva incidersi nella grande storia religiosa e culturale, e doveva far storia con l'andare del tempo. E' così che il giovane, lasciandosi dietro le spalle Roma e ogni altro miraggio, si inoltra nell'aspra solitudine di Subiaco per iniziare la seconda tappa della sua vita, dapprima aiutato e assistito discretamente da un monaco del luogo, poi, come reciso da ogni contatto umano e macerato dalla più dura penitenza nella grotta del Sacro Speco, vive un'esperienza che tocca i limiti del possibile. San Gregorio non è prodigo di notizie su questa fase, ma ha raccolto dai suoi discepoli ( che evidentemente ci fanno risalire a qualche confidenza del Santo) alcuni particolari abbastanza eloquenti, come la tremenda lotta con se stesso ( fino a rotolarsi tra le spine per vincere la tentazione della carne, ivi c. 2) oppure la capacità di saper «abitare solo con se stesso, sotto gli occhi di Colui che ci vede sempre dall'alto" ( solus in superni spectatoris oculis habitavit secum, ivi c 3). La forza e la luce accumulate dentro però, come succede sempre stando alle leggi del Regno di Dio, non dovevano restare un tesoro nascosto. Prima scoperto casualmente da alcuni pastori, poi anche da qualche comunità monastica del vicinato (con la quale fece pure un inutile tentativo di riforma, rischiandoci la vita), il Santo può diventare maestro e guida di altri "cercatori di Dio". Dopo aver costruito se stesso cioè di fronte a Dio, con l'aiuto della grazia e a proprie spese, nella rinunzia assoluta, può aiutare gli altri e ricostruire .se stessi, secondo il progetto divino, e può soprattutto diventare costruttore di nuove comunità. Difatti affluirono presto discepoli da ogni parte, anche da Roma. Fonda in poco tempo fin 12 monasteri nella zona, che organizza e governa attraverso dei collaboratori da lui formati Ma si trattava di un primo abbozzo: l'opera del Santo a Subiaco suscita invidia e persecuzioni (anche di un prete scostumato e invidioso), davanti alle quali egli, mostrando un amore eroico anche verso i nemici, preferisce cedere il campo, e così (siamo nella terza tappa) trasferisce le tende a Montecassino, dove nella piena maturità umana e spirituale, progetta e crea la tipica comunità monastica dei tempi nuovi, quella che passerà alla storia sotto il suo nome e porta indelebile l'impronta del suo genio universale. E' per questa che egli ha scritto, forse in successive redazioni, la sua Regola. Quando il giovane Benedetto prendeva la decisione di lasciare Roma, gli studi, la famiglia, la carriera, sembrava un transfuga rinunciatario, incapace o pauroso di affrontare la vita. In realtà egli si accingeva a un'impresa molto più ardua ed eroica a cui lo chiamava la Provvidenza: diventare una delle grandi guide spirituali e uno dei costruttori di civiltà per i secoli seguenti. La tradizione ha collocato l'arrivo di S. Benedetto sulla vetta di Montecassino nel 529, proprio l'anno in cui l'Imperatore Giustiniano decretava la chiusura definitiva della plurisecolare e gloriosa scuola di Atene. Una luce si spegneva, ma si accendeva un nuovo faro, un mondo carico di storia crollava sulle sue rovine, ma, senza che nessuno se ne accorgesse al momento (Benedetto senza dubbio era lungi dal pensarlo), ne nasceva un altro, non senza l'apporto di questo Padre e dei suoi figli, particolarmente delle sue comunità che animate dal suo spirito e plasmate dalla saggezza della sua Regola, dovevano coprire in breve l'Europa medioevale e mostrare alle giovani popolazioni un nuovo modello di vita capace di generare o fecondare una nuova civiltà. Nella scena finale in cui 5. Gregorio M. ( II D, 37 ) descrive il nostro Santo morente, che si fa condurre in Chiesa, e ricevuto il S. Viatico, sostenuto dai suoi discepoli spira in piedi, con le mani benedicenti alzate in preghiera, si può ben vedere lamorte dell'ultimo grande romano, se però lo si scorge non rivolto con nostalgia alle glorie del passato, bensì proteso in avanti verso il mondo nuovo, così come l'aveva visto pochi giorni prima miracolosamente raccolto sotto un solo raggio di luce divina (ivi c. 35).

il monastero ricostruito da San Benedetto

«Eccoci dunque a istituire una scuole di servizio del Signore»: è la dichiarazione programmatica che troviamo alla chiusura del Prologo alla grande Regola. Ricco di una propria personale esperienza, come attento e rispettoso della lunga tradizione monastica che l'ha preceduto, S. Benedetto fa attrezzare la sua scuola coi migliori "strumenti dell'arte spirituale" (RB 4).
Quali sono dunque le linee portanti di questo nuovo edificio?

Il monastero: casa di Dio e dell'orazione

Il monastero è prima di tutto il luogo dell'incontro con Dio, dove Dio sta veramente al centro, come punto di partenza e di riferimento per tutto e per tutti, in ogni momento. San Benedetto è stato per primo, e così concepisce l'aspirante che bussa alla porta per entrare nella sua comunità, come uno che "cerca veramente Dio" (RB., 58), anche se più profondamente fa capire che non potrebbe avvenire se Dio non ci avesse cercato per primo nel suo amore gratuito (cfr Prol.). Per questo, l'atteggiamento di base che è richiesto al monaco è quello dell'ascolto, come annuncia solennemente la prima parola della Regola («Ascolta, o figlio»..., Prol.), ma poi esso risuona sotto varie forme in ogni capitolo e sviluppo che mostra di voler trarre il suo insegnamento da una Parola di Dio, e alla fine viene riaffermato come precisa intenzionalità nel capitolo conclusivo (il 73). Questo spiega perché S. Benedetto concepisce il recinto del monastero, ivi compresa la vita della comunità e del singolo, tutto fasciato di silenzio (RB, 6. 48. 52), di solitudine, di separazione dal mondo, per favorire al massimo questo ascolto intenso e questo colloquio ininterrotto con Dio. Alcune ore del giorno, e tra le più preziose (cfr RB, 48), sono dedicate espressamente alla lectio divina, cioè alla lettura sia personale che comunitaria della Parola di Dio, ma praticamente questa accompagna tutta la giornata del monaco sia in coro, sia in refettorio («Alla mensa dei fratelli non deve mai mancare il nutrimento della lettura », RB, 38), sia durante il lavoro perché la Parola deve essere poi meditata (o ruminata-assimilata interiormente) da ciascuno, per fiorire poi in preghiera-colloquio personale con Dio, fino alla vetta della contemplazione, se la grazia di Dio trova un'anima attenta e generosa. La lectio divina però si completa, anzi trova il suo culmine in quello che viene chiamato l' Opus Dei per eccellenza (= Liturgia delle Ore) che scandisce tutto il corso della giornata e della notte si può dire, dove la Parola di Dio non solo viene ascoltata, ma celebrata, cantata ( vedi i Salmi!) in unione col coro dei fratelli, " davanti agli Angeli e in cospetto della Divinità" (RB, 19). In un passato non tento remoto si era perfino esagerato nel concepire e presentare il monaco benedettino come uno specialista-esteta, più o meno ufficialmente deputato nella Chiesa a uno scopo esclusivo, quello della celebrazione sontuosa della laus perennis con magnifici canti e cerimonie (monachus propter chorum) senza salvare così il debito equilibrio (anche di tempo) con gli altri poli, la lettura appunto, il lavoro, la vita comunitaria. Ciò che è vero è il fatto che S. Benedetto nella scala dei valori assegna il primo posto a questo momento corale quando il monaco è impegnato, mente-cuore e voce (cfr PB, 19), a celebrare nella lode " le meraviglie di Dio»: «nulla mai sia anteposto all' Opera di Dio" (PB, 43). Ecco dunque un pensiero di fondo in piena armonia del resto con la spiritualità di tutta la Chiesa antica all'epoca dei Padri: non si va o non ci si eleva verso Dio con un metodo spirituale costruito dal basso, frutto dell'ingegno umano. Dio ci ha amato, ha agito, ha parlato per primo: il nostro atteggiamento per conseguenza è bene intonato con la sua iniziativa quando si fa ascolto, adesione, accoglienza del suo messaggio, della sua grazia, del suo amore. Attraverso la meditazione assidua della Parola di Dio, la celebrazione dell'Opus Dei nelle diverse Ore del giorno e nei vari tempi dell'Anno liturgico, il monaco viene introdotto sempre più addentro e si sente parte viva nell'unica storia salvifica, nel grande Mistero di Cristo che sta attuandosi di giorno in giorno in noi, nella Chiesa, nel mondo. Il culmine e la sintesi di tutto questo si vive nell'Eucaristia, su cui S. Benedetto, come la letteratura coeva, è molto sobrio (non si sentiva allora bisogno di speciali delucidazioni, trattandosi di un dato pacifico e vissuto da tutti), però con un'intuizione teologica profonda non tecnica ma da grande «spirituale», ha colto la radice intima, la parentela strettissima che lega fin dalla sorgente la consacrazione monastica non solo al Battesimo com'era universalmente noto allora (il Prologo stesso, stando alla fonte della Regula Magistri, è per buona parte un sermone battesimale), ma anche e specialmente al Mistero che si celebra sull'altare. San Benedetto infatti vede la donazione totale di sé che il monaco fa nella Professione (col triplice Suscipe me, Domine, secundum eloquium tuum..., cantato davanti all'altare e alla comunità dei fratelli = «piccola Chiesa»), inclusa nell'offerta di Cristo, e per questo perfino la scheda di Professione viene sottoscritta e deposta sulla mensa dell'altare (RB, 58.59). Non si esce quindi dalla normale esistenza cristiana col carisma monastico, ma ci si radica più in profondità nella realtà battesimale-eucaristica, cioè nel Mistero del Cristo morto e risorto. Ci vorrà il Vaticano II° e il conseguente nuovo «Rito della Professione religiosa», perché la bellezza e la verità dell'intuizione benedettina, specialmente nel legame con la celebrazione eucaristica, venga estesa e raccomandata a tutti i consacrati nella Chiesa: il luogo più appropriato della Professione è l'Eucaristia ( al momento dell'Offertorio, cum oblatione altaris, ivi). La lectio divina che scava dentro con l'impegno dell'ascolto e della ruminazione personale lungo tutta la giornata, l'Opus Dei che risuona coralmente nell'arco del giorno e dell'Anno liturgico per dispiegare tutte le ricchezze del Mistero di Cristo, l'Eucaristia, sia pure più rara ai tempi di S. Benedetto, ma intrecciata con l'atto stesso di nascita della vita benedettina: ecco l'atmosfera in cui viene immerso il monaco «cercatore di Dio». Si tratta di una spiritualità eminentemente oggettiva che aderisce al dato insito in tutto lo snodarsi della storia salvifica; cristocentrica, perché Cristo è il perno attorno a cui tutto ruota, a cui «nulla mai si deve anteporre» (RB, 4. 72), di cui «nulla si stima più caro» (ivi, 5), avendolo scelto come Re, guida, maestro, modello supremo in tutto (ivi Prol., 5. 7, ecc ... ). Quando si è entrati decisamente nella sua sequela, Egli muove e rende possibile tutto. Il monaco allora che ha sempre «gli occhi spalancati verso la luce che viene da Dio e gli orecchi tesi a ogni sua chiamata» (ivi, Prol.), si educa non solo a leggere e interpretare i testi e fatti antichi delle Scritture, ma impara a leggere se stesso, gli avvenimenti della sua vita e della comunità che lo circonda, le vicende della Chiesa e del mondo, «i segni dei tempi» insomma, in questa luce superiore, dal punto di vista di Dio e dei veri interessi del Regno. La lunga familiarità acquisita col pensiero di Dio presente nella sua Parola e nel suo grande disegno di amore che abbraccia ogni evento e ogni persona, fornisce la chiave nuova di lettura di tutta la realtà e questo vuol dire profezia, dono eminente, messo in forte luce da S. Gregorio M. nella vita del santo Patriarca, ma partecipato anche da ogni suo vero discepolo. E' questa «profezia», quando è autentica, che fa evitare da una parte l’eccessiva sacralizzazione, cioè l'incapacità di rispettare la legittima autonomia del mondo creato, dall'altra preserva dall'erroneo dualismo che contrappone sacro e profano, cielo e terra, Chiesa e mondo, verticalismo e orizzontalismo, per dirla in termini di oggi, come se nel Regno di Dio non fosse tutto compreso e unificato a livello superiore. Non per nulla la tradizione benedettina, che pur si colloca, come tutto il monachesimo, nel grande filone escatologico ( un valore cristiano essenziale che nessuno può disattendere o mettere da parte) è famosa anche per aver stimato, coltivato e salvaguardato tanti beni di questa terra, dall'economia al lavoro, alle arti, alla cultura vecchia e nuova. Segno che ha raggiunto in una superiore sintesi, la giusta armonia ed equilibrio. Manca un serio impegno ascetico in questa spiritualità «troppo oggettiva»? A parte tante altre esigenze che affioreranno subito, qui possiamo dire che non c'è nulla di più impegnativo e rigoroso, per l'abnegazione e l'oblio di sé, che vivere sempre in umile e silenzioso ascolto della Parola di Dio, aprirsi sino in fondo per accogliere e aderire totalmente al dono di Dio infinitamente più grande di noi, uscire da noi stessi per guardare a Lui e lodare Lui, pronti a convertirci ogni momento, passando dai nostri criteri e valutazioni personali alle sue vedute e disposizioni, dove si trova la vera sapienza e il nostro vero bene.

La comunità dell’amore e del servizio fraterno nell'obbedienza

S. Benedetto quando si è deciso alla rottura col mondo, nell'impeto di una radicale conversione a Dio, non ha esitato a gettarsi nella solitudine e nella rinunzia più spaventosa; ma forse proprio per questa dura ed eccezionale esperienza, ispirata senza dubbio da una chiamata straordinaria, pur non chiudendo del tutto la porta alla vocazione eremitica (a chi però si è maturato e addestrato all'interno di una comunità di fratelli, cfr RB, 1), ha fatto poi una chiara scelta in favore della «fortissima razza dei cenobiti» che vivono insieme «sotto una Regola e un Abate" (ivi), e insieme apprendono gli uni dagli altri «l'arte spirituale» (ivi,4) che comporta notevoli prove, combattimenti e forza d'animo per perseverare fino alla fine. E' vero che S. Benedetto - pur grande ammiratore e imitatore in un primo tempo dell'eroica ascesi così rinomata del primitivo monachesimo orientale - ne ha notevolmente mitigate i rigori in quasi tutti i campi, dal vitto, al sonno, alla misura della preghiera («in comunità ci si attenga al criterio della brevità», RB, 20); ma a parte certi punti specifici su cui resta rigorosissimo (per es. sul vizio della proprietà privata, ivi, 33. 55; sull'attaccamento alla propria volontà che bisogna perfino «odiare», ivi, 4. 5. 7, ecc.), egli si mostra qui, da buon romano, il grande genio pratico che ha i piedi per terra, che comprende benissimo di trovarsi nel suo secolo, in un ambiente del tutto diverso per clima, mentalità, forze fisiche e spirituali. Perciò si mostra relativamente largo, di mente e di cuore, per quanto riguarda le pratiche ascetiche esteriori, ma molto attento ed esigente sul piano interiore e per quanto riguarda il quotidiano contatto coi fratelli. La vita comune infatti va spesso ben oltre, in fatto di penitenza, all'ascetismo orientale di stampo piuttosto individualistico e talora spontaneistico, con forti tendenze a una «contemplazione», non di rado avulsa dalla realtà umana e concreta, se non venata di platonismo in certi casi. S. Benedetto dunque organizzando il capolavoro della sua comunità fraterna, (in questo aiutato molto dall'insegnamento e dal modello già offerto in Occidente da Sant’ Agostino, il «Dottore della carità») non pensa affatto al monaco «cercatore di Dio» avviato per una strada qualsiasi, ma a uno che fin dall'inizio sceglie di appartenere «stabilmente» (di qui addirittura l'impegno di «stabilità», cfr RB, 58) a una determinata famiglia spirituale tutta illuminata dai due grandi valori dell'obbedienza e della carità fraterna. Di qui l'importanza dei passi ben graduati e ponderati (descritti nello stesso c. 58) con cui il novizio sceglie ed è scelto dalla fraternità per un legame definitivo, sigillato poi e assunto dentro lo stesso Mistero di Alleanza che il Cristo contrae con la comunità ecclesiale ed eucaristica. Da quel momento si vive in un regime di scambio completo: il monaco benedettino non si sente donato a Dio soltanto, per crescere nella direzione dell'unione verticale, ma se di non poter raggiungere in maniera autentica quella unione, se non accogliendo il dono e facendosi dono a tutti i membri delle comunità fraterna, inclusa la paternità dell'Abate. Verticalità (Ascolto, Opus Dei...) e orizzontalità s'incontrano perfettamente e si armonizzano in un equilibrio ammirevole e forse insuperabile nella sintesi benedettina che, si può dire, ha apportato al vecchio modello monastico precedente, spesso ristretto e rinchiuso su di sé, proprio questo completamento così ecclesiale ed evangelico, oltre che umano. La grande norma di comportamento che regola ora tutti i rapporti fraterni, è espressa da un insistente:sibi invicem e sub caritate, cioè l'aprirsi nell'amore e il rapportarsi costantemente molto più agli altri che a se stessi e al proprio giudizio, comodo o tornaconto. Da capo a fondo della Regola perciò si sente risuonare: i fratelli si servano a vicenda (o a gara) nella carità (c. 35 bis. 36. 38); si stimino e si onorino, anzi si prevengano nell'onore reciproco (ivi, 4. 63. 72); si ascoltino volentieri gli uni gli altri, fosse pure il più giovane, capace anche lui di dare un migliore consiglio all'Abate e alla comunità (3. 64. 65); si obbediscano a vicenda (71. 72 -7 l'intera capitolo 71 è dedicato al bonum dell'obbedienza esercitata tra fratelli, dopo quella dovuta all'Abate ovviamente); si amino reciprocamente e castamente con affetto fraterno (72), pronti però a usare carità perfino verso dei fratelli che fossero ostili o falsi (4. 7); sopportino di buon animo gli uni verso gli altri tutte le debolezze fisiche o morali (4. 72); si perdonino a vicenda e si riconcilino ogni giorno prima che tramonti il sole, badando a non scambiarsi mai una pace falsa (4. 13. 63); siano pronti a prestarsi vicendevole aiuto nei vari lavori in cui si trovano impegnati (31. 35. 53. 66); sappiano consolare il fratello addolorato (4), e in via normale si esortino e si edifichino a vicenda (22. 38. 47). Una casa così «sapientemente ordinata» (53), dove «nessuno dovrebbe sentirsi turbato o rattristato»(31. 48), anzi dove ognuno si sente accolto, ascoltato, valorizzato, sostenuto da tutti purché faccia altrettanto verso i suoi fratelli, non è solo una «casa di Dio» (31. 53. 64), ma anche una «caso dell'uomo» dove sino in fondo e a ogni riga si può dire si rivela l'umanesimo benedettino. Questo però si completa, anzi viene coronato dalla più pura visione evangelica, dove Dio stesso manifesta il suo amore inaudito per l'uomo. Per questo se nei criteri e nei costumi del mondo, sono i ricchi e i potenti che attirano più attenzione e onore e premure, oppure sanno farsi valere da sé, nel monastero le cose si capovolgono, le preferenze non vanno a questo tipo di persone, ma al contrario su tutto domina e fa legge la infirmitatum consideratio, cioè al centro - ante omnia et super omnia, come enuncia la Regola - stanno i deboli, gli infermi, i bisognosi, i poveri, i vecchi, i bambini (34. 36. 37. 53. 55). Tutta la comunità, dall'Abate all'ultimo membro, è impegnata e mobilitata nell'attenzione e nella cura premurosa verso chi ha più bisogno, anche nel caso se ne sentisse il peso e il fastidio (36). Tra questi «infermi» si possono considerare anche i fratelli colpevoli, magari già puniti o «scomunicati», come si diceva allora ispirandosi alla prassi penitenziale vigente nella Chiesa antica. Su questa categoria S. Benedetto ha scritto un gruppo di capitoli (23-30. 44-46) che letti con la mentalità moderna mostrano senza dubbio nel linguaggio e in alcuni particolari la distanza del tempo che ci divide da quell'epoca, ma compresi più a fondo rivelano al di là della scorza tanta saggezza umana e soprannaturale, una grande finezza spirituale nella difficile terapia di chi si propone di guarire le anime, soprattutto si coglie anche qui l'invincibile carità del Buon Pastore evangelico. Più grave è la colpa e la pena corrispondente in cui è caduto e si dibatte il fratello vacillante, più si moltiplicano le cure per salvarlo, fino a inviargli degli occulti consolatori «perché non sia assorbito da eccessiva tristezza» (27). Il punto più alto forse in cui si può misurare la superiore sapienza benedettina nell'«arte delle arti di governare le anime», appare quando si scopre il posto preciso che occupa l'Abate al centro della comunità, come “padre del monastero” (33.49), perno intorno a cui gira tutto e a cui tutto a capo (vedi specialmente i cc. 2 e 64). Basta dire in sintesi che la Regola delinea una figura di Abate (certamente cavata più dalla vita che dai modelli letterari, perché la Regula Magistri ad es. si rivela piuttosto carente nel tener conto delle varie soggettività implicate nei rapporti orizzontali) il quale dovrebbe riuscire ad avere un rapporto autentico e appropriato con ciascun campione di umanità e di spiritualità che è presente nella schiera dei fratelli, senza contare le relazioni con l'esterno. Per questo l'anziano e il giovane o il bambina con i loro particolari bisogni, l'ammalato e lo scomunicato, il forte che tende sempre a tirare in avanti e il debole o il pusillanime facile preda dello scoraggiamento (64), chi ha raggiunto una certa maturità e una finezza spirituale per cui basta un cenno o una parola, accanto a chi è duro per incapacità di comprendere o per ostinazione di volontà, il docile o l'indisciplinato o il turbolento e il ribelle; poi c'è tutta la serie degli «ufficiali» che coadiuvano l'Abate nel governo del monastero, dal Priore ai Decani (o consiglieri), al Cellerario (o economo), al Maestro dei novizi, a chi cura l'infermeria, la porta, gli ospiti, ecc.... Pur avendo grande autorità, l'Abate si dimostra saggio quando sa condividerle con molti collaboratori per farne dei veri corresponsabili (21. 46. 65), e quando sa ascoltare tutta le comunità (3. 65). Con tutti questi e con ciascuno dei fratelli, l'Abate deve vivere il rapporto giusto, conoscendo indole e capacità, forze e limiti, dosando fiducia o cautela, incoraggiamento o richiamo, alternando la severità della legge con la comprensione della debolezza. E' qui che brilla la proverbiale «discrezione» benedettina, «madre di ogni virtù» (64). E se nella paternità di Dio c'è qualcosa di «materno», San Benedetto lo esige anche dall'Abate, che deve provvedere perché nel campo spirituale materiale nulla venga a mancare di ciò che ciascuno abbisogna (32. 33. 34. 55), facendo perfino attenzione che «gli abiti siano di giusta misura» (55). E' su questo sfondo in cui si armonizza sempre l'umano con l'evangelico, che S. Benedetto risolve il problema così delicato oggi nella Chiesa e nella società del rapporto autorità-obbedienza. Evidentemente se tutto resta sul terreno meramente giuridico di poteri e diritti e obblighi da misurare e da difendere, da affermare o da contestare per salvare un proprio spazio di libertà o di affermazione di sé in contrapposizione a chi impone o difende una legge, non se ne andrà mai fuori. Per il nostro Santo tutto inizia da un libero atto di fede del discepolo che crede veramente, che accetta di vedere nell'Abate il rappresentante di Cristo con tutte le conseguenze che ne derivano, e un atto di fede non meno necessario da parte dell'Abate che ricorda sempre di dover realizzare nella vita di ogni momento il suo nome di Padre(2,64). Nella grande scia dell' Abbas Padre, Maestro, Pastore, Medico delle anime, oggi si direbbe volentieri anche amico e confidente che si mette al fianco di ciascuno , siamo ben più su della sfera solamente canonica, intenta a regolare i rapporti tra «Superiore (parola ignota a tutta la Regola benedettina!) e sudditi». Naturalmente quella fede che è punto di partenza e base di tutto, non sarebbe autenticamente cristiana, se non si traducesse in amore («!a fede che opera mediante la carità », Gal 5, 6), e in tutte e due le direzioni. Perciò quando si legge il c. 5 «sull'ubbidienza dei discepoli», si vede chiaro come questa poggia oltre che sul fondamento oggettivo della fede («Chi ascolta voi, ascolta me», Lc 10,16), su quello scavato soggettivamente in profondità dall'umiltà e dalla rinuncia a se stesso (dottrina sviluppata nel più ampio c. 7), ma non si spiega definitivamente e soprattutto non si trasforma in realtà vissuta di segno positivo, se non nell'amore, se non quando «nullo si ho più caro di Cristo», e si è ben convinti che «Dio ama chi dona con gioia». Solo da qui scaturiscono le meravigliose qualità dell'obbedienza benedettina, pronta e perfino veloce, «gradita a Dio e dolce agli uomini», perché fatta di cuore, in stretta imitazione e adesione a Cristo modello sempre presente davanti agli occhi. Perfino davanti al comando di «cose impossibili» è lecito far presente la difficoltà umilmente e opportunamente, ma poi è l'amore (ex caritate oboediat) che vince ogni ostacolo e ogni indugio, gettandosi in avanti con la fiducia in Dio solo (68). Quando il monaco arriva a «desiderare di avere sopra di sé l'Abate» come guida sicura del suo cammino (5), quando impara a «sperare tutto da lui» con totale e filiale abbandono (33), quando lo ama davvero «con umile e sincero affetto» (72), allora ha raggiunto la vetta della virtù, mentre l'Abate da parte sua è impegnato a vivere tutti i rapporti sopra ricordati nella carità più tenera, attenta e premurosa, si preoccupa più del bene concreto di ciascuno che del proprio prestigio (magis prodesse, quam preesse), non solo ama tutti i fratelli, compresi quelli difettosi che il Signore gli ha affidato appositamente (cosa che probabilmente tutti i Superiori credono di fare, sentendosi animati da buone intenzioni), me cosa ben più difficile e rara, l'ideale benedettino gli chiede per quanto sta in lui di puntare molto più sull'impegno di farsi amare o rendersi amabile (studeat plus amari, quam timeri, 64: frasi di ispirazione agostiniana). Con ciò sarebbe falso credere che la figure dell'Abate viene mitizzata da San Benedetto e posta su un piedistallo irraggiungibile: anche qui egli si trova in contrasto con la fonte immediata della Regula Magistri, dove l'Abate sa tutto e fa tutto come un superuomo di fronte a una comunità di minorenni, per cui provvede a nominare perfino il suo successore, mentre il Nostro restituisce ai monaci il diritto di scegliersi il loro Padre. Così pure, da buon realista, il grande Patriarca è perfettamente consapevole e ricorda senza esitazione tutti i possibili limiti e difetti delI' Abate (anche gelosie, sospetti, incoerenze nella condotta pratica), e sebbene il Santo sia acerrimo nemico della mormorazione anche solo del cuore (RB, 5. 34. 35. 40. 53), arriva a riconoscere che certe disposizioni improvvide dell'Abate, possono essere causa di una iusta murmuratio (ivi, 41). Da capo a fondo della Regola perciò lo mette in guardia e lo pone davanti al giudizio di Dio, perché impari ad essere cauto e responsabile in tutti i suoi giudizi e comportamenti. Il grande merito però della visione benedettina, è quello di tener fermo, e insieme di sorpassare il livello propriamente ascetico, giuridico e disciplinare (quasi stesse li la perfezione cristiana), per spingere tutto e tutti verso il livello teologale, dove domina sovrana la luce della fede e l'ardore della carità, in uno spirito di dedizione e di servizio reciproco totale e ininterrotto in cui è presa dentro per prima l'autorità-servizio, con quello «zelo di ferventissimo amore» che ha ispirato di getto, anche a giudizio dei critici moderni più esigenti, la pagina più benedettina di tutta la Regola, il capolavoro del cap. 72. E' significativo che un recente commento spirituale alla Regola (Heufelder) porti come titolo: ”Larghezza di cuore” per caratterizzarne l’anima più profonda. Così l'obbedienza rimane e rimarrà sempre une chiave di volta della spiritualità benedettina ed è certo che dovrà anche costare prove in certe occasioni, ma se ben compresa e praticata non potrà mai diventare obbedienza di caserma o educare all'infantilismo, grazie a questa “larghezza che dilata il cuore” di chi governa e di chi obbedisce, portandoli oltre alle strutture soltanto ascetico-canoniche, in una «ineffabile dolcezza di amore» (Prol.) che può gustare solo chi segue da vicino il Cristo e si sente legato nello stesso «vincolo di perfezione» che stringe in una cosa sola l' intera comunità dei fratelli.

Una comunità laboriosa

Impiantato nella più solida tradizione monastica, ripensata però personalmente per attingere alla più pura linfa evangelica, il Patriarca cassinese è già apparso col suo umanesimo realista che conosce tutte le pieghe del cuore umano, nelle sue debolezze e nei suoi slanci, nei suoi valori positivi come nei suoi difetti, senza esentare da questo la persona stessa dell'Abate, pur rivestito di tanta autorità se visto in luce soprannaturale. Ma i piedi per terra il nostro Santo li mostra con un altro tratto famoso che ha fatto coniare la sintesi notissima, applicata al suo Ordine anche a livello popolare: ora et labora. Se la frase non risale materialmente a S. Benedetto, e nemmeno può pretendere di esprimere tutta la ricchezza del suo ideale monastico, quale risulta dal discorso svolto finora, bisogna riconoscere che coglie due perni essenziali della classica vita benedettina. La giornata del monaco infatti secondo la RB (cfr spec. c. 48) viene divisa quasi pariteticamente fra lectio divina, opus Dei e labor manuum in un'alternanza sapiente, ben regolata e dosata. Non solo il concreto lavoro manuale viene ammesso in antitesi con la viltà antica greco-romana che lo assegnava soltanto agli schiavi con tutti gli onori, pur senza esclusivismi, ma viene privilegiato, specialmente dove la situazione del luogo o della stagione o della povertà effettiva esige la dura fatica dei campi. Il Santo ammonisce qui di non rattristarsi per questo, ma anzi di ricordare che «allora sono veri monaci quando vivono col lavoro delle loro meni, come i nostri padri e gli Apostoli, però (e qui fa capolino l'abituale discretio) tutto si faccia con moderazione, per riguardo ai più deboli» (ivi, 48). Il Padre del monachesimo occidentale è convinto che senza un serio impegno dì lavoro, non si costruisce né la comunità, né l'uomo, né il vero‘ «spirituale» quale dovrebbe essere il monaco. Anche qui il Nostro, pur dotato personalmente di doni mistici e carismatici tra i più elevati, stando alla testimonianza di S. Gregorio papa (cfr spec. II D, 35), non mostra la tendenza di evadere verso le nuvole di una mistica contemplativa di stampo più o meno platonico (a cui era invece sensibile uno dei suoi maestri e modelli, come Cassiano, influenzato dall'Oriente). Così pure non si arresta al solo aspetto ascetico penoso del lavoro, per evitare in negativo i pericoli dell'ozio, come spesso era avvenuto nelle tradizione anteriore, ma pur confermandone alcuni valori ormai acquisiti, egli costruisce una sintesi nuova che, si può dire, non resterà senza influsso su tutto il corso della civiltà occidentale. Per questo il lavoro invece che elemento accidentale-accessorio, diventa uno dei pilastri portanti della sua concezione umano-cristiana, fa parte ormai della fisionomia tipica del monaco, della comunità, dell'uomo nuovo che deve sorgere dalle rovine del mondo antico. Naturalmente è l'Abate che commisura il lavoro alle forze e alla capacità di ciascuno. Salvo l'impotenza per età o malattia, tutti, anche i deboli, devono essere occupati in qualcosa che sia adatto a loro e li faccia sentire utili. Nemmeno alla domenica i fratelli devono restare oziosi se in qualche caso non sono in grado di applicarsi intensamente alla lettura sacra (RB, 48). Se poi c'è chi ha delle capacità artistiche li, viene valorizzato per il bene comune, purché eserciti la sua arte con umiltà, cioè con spirito disinteressato di servizio e nell'ubbidienza, in modo che giovi alla sua crescite umana e spirituale, non alla vanagloria e all'avidità di lucro. E ciò vale per questa come per ogni altra vendita da parte del monastero, «affinché (chiude meravigliosamente questo apposito capitolo) in tutto sia glorificato Dio» (ivi, 57). Il monastero dunque oltre che «scuola e casa di Dio», viene chiamato anche «officina», sia pure per l'«arte spirituale» e «gli strumenti delle buone opere» che vi si impiegano e hanno prevalenza su tutto (ivi, 4), però insieme è concepito come entità economicamente autosufficiente, provvisto quindi di tutti i servizi e l'attrezzatura necessaria (cucina, orto, cantina, mulino, forno,... ivi, 32. 46. 56). Se si pensa allora a una comunità laboriosa, ordinata, serena, come la vuole il grande legislatore e geniale organizzatore, dove tutti sono a servizio di tutti e ogni talento viene riconosciuto e valorizzato per il bene comune, è facile trovarvi, con la gioia del creare, la promozione generale della persona che può realizzare pienamente se stessa sul piano umano e spirituale, mentre le comunità, sviluppando la collaborazione nel servizio e nell'interdipendenza reciproca, cresce nell'unità interiore e insieme nell'efficienza pratica. E' naturale infatti che mettendo all'opera tante energie e capacità, aumenti pure la produzione economica ( finché c'è fervore evangelico non si capitalizza, ma il di più va ai poveri ), insieme però migliora anche la qualità del lavoro, dei metodi di cultura e di produzione, degli strumenti e attrezzi necessari da trattarsi «come vasi sacri dell'altare», ammonisce le Regola c. 31, perciò diligentemente conservati e inventariati (ivi, 32. 35. 55). E tutto questo non va a beneficio esclusivo della comunità monastica, ma altrettanto delle popolazioni circostanti, la cui cerchia si allargherà sempre più con l'andar del tempo. Intanto si abbellisce e anche si amplia in «casa di bio» dove il monaco ha da passare tutta la sua esistenza, si accrescono le esigenze dei culto, della biblioteca, della cultura, degli scambi di ogni genere, insomma il monastero diventa un centro dinamico che attira e irradia sempre più la sua influenza in tutti i campi. Ecco come, mentre il vecchio mondo si disfaceva incapace di rigenerarsi, e sulla scena apparivano i nuovi popoli calati dal Nord con le successive invasioni, la Provvidenza aveva preparato uno dei costruttori dei tempi nuovi. Questi infatti non ha ripetuto i modelli monastici pur gloriosi che l'avevano preceduto: col suo intuito ha capito anche qui che la situazione esigeva soluzioni nuove, e ha offerto il suo programma semplice e profondo dell'ora et labora, comprensibile a tutti e accessibile a tutti, sostenuto e vivificato dall'esempio, ancora più parlante e convincente, di una autentica comunione fraterna. E davanti ai superstiti del vecchio mondo come alle genti nuove, è facile immaginare che cosa poteva significare questa «piccola società ideale, dove finalmente regna l'amore, l'obbedienza, l'innocenza, la libertà dalle cose e l'arte di bene usarle, la prevalenza dello spirito, la pace in una parola, il Vangelo» (Discorso di Paolo VI° a Montecassino, 1964). Ne ha fatto una piccola esperienza quel monaco goto di cui parla S. Gregorio (II D, 6), rude nello spirito e forte nella resistenza fisica al lavoro, che però si presenta tutto tremante di paura a S. Benedetto, quando involontariamente rompe l'arnese con cui sta disboscando un pezzo di terra, aspettandosi chissà quale castigo o rimprovero, secondo i suoi costumi. Invece si vede restituire miracolosamente intatto lo strumento, col sorriso buono e l'incoraggiamento paterno: «Ecco, lavora e non essere triste!». Si vede bene come tra romani e barbari, tra vincitori e vinti è caduta ormai ogni barriera, nell'unica fraternità di Cristo, e sulla base anche concreta del lavoro che tutti affratella e rende uguali in un servizio comune.

il monastero non è un'isola

Già da quanto detto finora risulta chiaro che il Monastero fondato da S. Benedetto non è un piccolo mondo chiuso e ripiegato su se stesso, ignaro o indifferente a ciò che gli sta intorno. Certo nel suo punto di partenza esso suppone normalmente un esodo, cioè un'uscita e separazione dal mondo, custodita poi gelosamente non come un rifugio egoistico o come una fuga paurosa, bensì come una barriera eretta contro la mondanità e la dissipazione. E' l'antitesi cioè della faciloneria e del lasciarsi andare seguendo la corrente: atto di forza quindi e di coraggio, di chi sa tener duro con l'occhio fisso alle cose vere ed essenziali e senza voltarsi indietro. Anche materialmente è vero che il monastero benedettino ama una certa separazione, non del tutto inutile o senza significato. «Sì, ancor oggi, afferma Paolo VI° (nel Discorso cit.), la Chiesa e il mondo per differenti ma convergenti ragioni, hanno bisogno che 5. Benedetto esca dalla comunità ecclesiale e sociale, e si circondi del suo recinto di solitudine e di silenzio, e di li ci faccia ascoltare l'incantevole accento della sua pacata ed assorta preghiera ... », rimedio, aggiunge poi, contro «l'eccitazione, il frastuono, la febbrilità, l'esteriorità, la moltitudine che minacciano l'interiorità dell'uomo». E' sempre valida l'antica e classica definizione del monaco: «separato da tutti per essere unito a tutti». Ma il valore reale e oggettivo che sta dietro questa uscita e questa separazione -checché ne sia dei segni esterni non sempre felici che l'esprimono o la vogliono salvaguardare, e come certe forme di clausura esclusivamente femminili (applicate in epoca più tardiva) -consiste essenzialmente nel «trasferire il nostro modo di pensare e di agire, di valutare e di amare, dai criteri del mondo ai criteri di Dio», come si esprime una piccola incipiente «Fraternità monastica di Emmaus» (femminile), che intende vivere i valori essenziali del carisma benedettino, camminando per le strade del mondo, abitando e lavorando in mezzo alla gente comune. Per sua natura il Patriarca di Montecassino è l'uomo dell'ordine e della disciplina, dell'impegno serio e non dilettantistico, ma non ama il legalismo stretto e soffocante (difetto in cui cade spesso con la sua minuziosità la Regula Magistri), né le costrizioni esteriori: all'eremita Martino che per essere sicuro di mantenersi fedele si era legato con una catena di ferro alla roccia, il Nostro manda a dire: «Non sia la catena di ferro a tenerti, ma la catena di Cristo» (III D, 16). Se il monastero benedettino perciò è costruito generalmente in disparte e con un regime adatto al suo scopo, resta vero che esso,da una parte ha attinto ispirazione, dall'altra ha voluto essere in se stesso (per quanto è possibile) una realizzazione esemplare del modello costituito da una famiglia sana, da una società che sia fatta sulla misura e a servizio dell'uomo, da una Chiesa permeata dalla linfa evangelica e il più vicino possibile alla fisionomia della primitiva comunità cristiana descritta negli Atti degli Apostoli. Di qui il proverbiale «spirito di famiglia» della comunità benedettina,compresa la «stabilità» al suo interno e il vero senso di una paternità spirituale alquanto distinta dall'autorità giuridica, la «società ideale» (Paolo VI°) che vi appare per i rapporti umani e l'organizzazione del lavoro; infine il monastero «piccola Chiesa» in miniatura, com'era chiamato tradizionalmente per esprimere un concetto sempre valido. In realtà a ben pensarci tutta la Chiesa è una comunità dell'ascolto, nella fede, della Parola di Dio da cui dovrebbe vivere in continua dipendenza così come il monaco; tutta la Chiesa è una comunità di preghiera, di lode, di «eucaristia», quando rivive il mistero salvifico di Cristo riunita intorno all'altare o nell'anno liturgico o nella Liturgia delle Ore definita perciò «pubblica e comune orazione del popolo di Dio» all'inizio del testo ufficiale che la introduce; tutta la Chiesa è una comunione di amore e di servizio fraterno, ed è tanto più vicina al Vangelo quanto più sa mettere al centro (come nella RB) i più poveri e i più deboli in tutti i sensi. Anche la società e la famiglia possono trovare in tanti tratti «umani» dell'ideale e della realizzazione benedettina un modello e una fonte perenne di ispirazione, per esempio nel concepire il lavoro e la produzione non finalizzata unicamente al profitto materiale ed egoistico, ma per la vera crescita dell'uomo e di una società più giusta e fraterna. Appare sempre più chiaro allora che l'esodo giovanile di Benedetto dalla Roma decadente e il «recinto» che egli costruisce col suo monastero appartandosi alquanto dal mondo, solo apparentemente è un estraniarsi dalla Chiesa e dalla società circostante, in cui difatti si reinserisce ben presto con un aiuto e un sostegno ben più valido e duraturo, a tutti i livelli. Come in tutte le opere umane, ci sono ovviamente dei limiti sia storici sia propri di un'istituzione particolare, ma non è un caso che il Nostro sia stato riconosciuto e proclamato proprio in un'epoca così critica e demitizzante come quella attuale, Padre e Patrono d'Europa. Evidentemente sono in gioco dei valori profondi e intramontabili, come ha riconosciuto e ribadito a più riprese Giovanni Paolo II nelle ultime celebrazioni centenarie. Il valore primario e fondamentale è senza dubbio quello che il Santo fu in se stesso (e dovrebbe essere ogni suo figlio), cioè «un uomo di Dio», secondo la designazione abituale di S. Gregorio M., un cercatore, un testimone dell'Assoluto e dei veri beni del Regno. Si tratta di una realtà ancora attualissima in un mondo che ha smarrito questa dimensione dell'essere per gettarsi tutto nel fare, nel possedere, nel godere, generando così inquietudine, tensioni, conflitti di ogni genere. S. Benedetto invece è uomo di pace,secondo il motto benedettino classico che è PAX, com'è noto: un uomo pacificato con Dio, con se stesso, con gli altri, perfino con la natura e gli animali, come rivelano certi tratti della sua vita e i ritmi distribuiti nell'ordinamento quotidiano della sua Regola. Un uomo così pacificato e unificato nell'essenziale, diventa naturalmente un pacificatore e un ordinatore sapiente di vita comunitaria e fraterna, di collaborazione costruttiva a livello di vita spirituale e umana, compreso il settore del lavoro. «L'uomo di Dio» è naturalmente un esperto della preghiera in tutte le sue forme, un grande intercessore che porta nel cuore tutti i bisogni e le sofferenze della Chiesa e degli uomini che gli stanno intorno. Lo attestano innumerevoli episodi della sua vita, bisogni e pene che spesso lo spingono a diventare quasi suo malgrado taumaturgo, operando miracoli anche quando non vorrebbe o se ne sente indegno. Soprattutto desta meraviglia come un «separato dal mondo» e un fondatore di monasteri nella solitudine di Subiaco o sull'alta rocca di Montecassino, in realtà tanto nella sue vita quanto nella sua Regola riveli una rete fittissima di fili che lo tengono legato sia alla lunga catena della tradizione precedente (classica- biblica patristica-monastica- liturgica), sia alla concreta realtà ecclesiale, culturale, sociale e politica del suo tempo. Quando organizza la sua liturgia monasteriale Opus Dei, in RB, 8-20), egli lo fa con spirito del tutto libero e creativo, attingendo sia alle forme in uso nel monachesimo orientale (per es. sul numero dei Salmi sia al cursus della liturgia romana, sia alle particolarità della liturgia milanese (cfr «l'inno ambrosiano»; vedi RB, 9. 13. 18, ecc.). La sua Regola è intrecciata e sostenuta da un ricco substrato di citazioni e allusioni bibliche, con netta preferenza per la sintesi spirituale concentrata nel Salterio e per la pura linfa delle pagine evangeliche, più S. Paolo. D'altra parte S. Gregorio ci presenta il suo eroe (con un tema di antiche risonanze) «ripieno dello spirito di tutti i giusti», e vuol dire che rivivono in lui, proprio in quanto vir Dei, i più grandi personaggi della storia biblica, come dimostra poi con vari concreti paralleli (II D, 7-8). Lungo tutto il testo della Regola chi è addentro coglie i vari contatti con le fonti, ma è alla fine che il Santo dopo la «larghezza di cuore», rivela una ammirabile «larghezza di mente»: il c. 73 di chiusura infatti è come una larga finestra spalancata che rimanda esplicitamente ed esorta caldamente a nutrirsi non solo della primaria fonte biblica (dove «ogni pagina è rettissima norma di vita umana»), ma di tutte la ricchezza della letteratura patristica (= Lectio Patrum), della già lunga tradizione monastica che per il Nostro comprende il monachesimo orientale egiziano e di S. Basilio, quello africano di S. Agostino, quello della Gallia del Sud (Cassiano, Cesario) e quello italico (probabilmente la Regula Magistri). Insieme a una commovente lezione di umiltà per cui considera la sua Regola «minima e scritta per principianti», lontanissimo dalla pretesa di offrire un'opera originale o un capolavoro che ha detto o risolto tutto, il Santo dà prova qui di una superiore intelligenza che non chiude, ma tiene aperto il discorso verso ulteriori mete che non bisogna mai credere di aver raggiunto una volta per sempre. La valutazione posteriore invece, corroborata dall'esperienza, ha riconosciuto nella Regola benedettina un codice fondamentale di vita spirituale e religiosa (da cui in seguito tutti attingeranno), un monumento di così alta dottrina e saggezza da nutrire nei secoli seguenti tutta la cristianità d'Europa, come mostra la diffusione capillare dei suoi manoscritti che per numero occupano il primo posto subito dopo la Bibbia. Né l'apertura del S. Patriarca d'Occidente è solo un fatto letterario: stupisce leggendo la biografia gregoriana come un uomo il quale volutamente vive in disparte e sembra naturalmente schivo, in realtà coltiva una rete di amicizie e di rapporti con personaggi di primo piano, come Vescovi (vedi Sabino di Canosa, Costanzo di Aquino, S. Germano di Capua, ecc.: II D, 15. 16. 35), chierici di ogni grado e di diocesi diverse, Abati e monaci e monache, nobili romani (che gli portano i loro figli come Mauro e Placido, ivi 3) o dell'area del Sud, perfino personaggi ragguardevoli del regno dei Goti (di cui si citano più volte nomi esotici), fino al famoso incontro col Re Totila (ivi, 14 - 15) al quale il Santo non risparmia severi moniti e presagi profetici puntualmente avverati. S. Benedetto è un uomo che non piange solo, com'è comprensibile, una prevista distruzione del suo monastero di Montecassino (per mano dei Longobardi qualche anno dopo), ma con l'amico Vescovo di Canosa s' intrattiene dolorosamente e profeticamente sulla prossima rovina di Roma anche per cause naturali (marcescet in semetipsa, è la tremenda sentenza del Santo, ivi, 15. 17), mostrando come dalla sua visione e dal suo interesse non sono lontani, come diremmo noi oggi, i grandi problemi della politica contemporanea. La Regola conferma che la comunità benedettina non è avulsa dal contesto ecclesiale e sociale in cui si trova inserita: in certi casi è previsto che il Vescovo locale e con lui gli Abati vicini e perfino la comunità dei fedeli circostanti devono assumersi delle precise responsabilità per il bene della fraternità monastica nel caso ne avesse bisogno (RB, 62. 64) Più volte poi si nominano sacerdoti, chierici, monaci di passaggio nel monastero o che chiedono di legarvi la loro stabilità, cosa considerata possibile salvaguardando certe cautele (RB, 60-62) S. Benedetto dal canto suo non ignora i bisogni prima di tutto spirituali delle popolazioni all'intorno: quando vede che ce n'è bisogno e nessuno provvede, egli stesso, o per mezzo dei suoi figli, si fa evangelizzatore e animatore della fede, già coi rustici pastori di Subiaco (II D,2), poi con gli abitanti di Cassino e villaggi circonvicini, ai suoi tempi ancora pagani più o meno (ivi, 8.19). E quest'opera evangelizzatrice, inaugurata dal Santo in persona, sarà poi ripresa e continuata, come sappiamo, dai suoi figli in tutta l'Europa, quando una fitta rete di monasteri ne coprirà quasi ogni contrada. Il monastero di 5. Benedetto insomma nel racconto gregoriano è diventato, già lui vivente, un centro di irradiazione spirituale,dove si vedono accorrere Vescovi, sacerdoti, chierici, monaci, laici di ogni ceto e categoria, per attingere luce, conforto, consiglio, una sicura terapia per i mali delle anime e una guida sapiente per camminare nelle vie di Dio. Per i monasteri femminili invece, per lo più privi di assistenza spirituale, il Santo pensa a inviare spesso dei suoi discepoli a scopo di formazione ed esortazione (ivi, 19. 23. 33). E la carità spirituale si completa con quella corporale: anche qui vediamo il cuore e la mano di S. Benedetto aprirsi senza limiti per guarire, consolare, lenire, soccorrere. S. Gregorio non ce lo presenta soltanto quando ritorna pacifico coi fratelli dal lavoro dei campi (ivi, 32), quando è tutto impegnato o vuole tutti impegnati nella orazione comunitaria e personale (ivi, 4), mentre seduto in silenzio è tutto intento alla lectio divina (ivi, 31), oppure è rapito alle più alte vette di una ammirabile visione mistica (ivi, 35), ma ce lo descrive pure a contatto con quasi tutte le miserie umane, più quelle attribuite al maligno. Chi al cap. 4 della Regola , legge l'ampio elenco delle opere di misericordia spirituale e corporale, può pensare che per un monaco ritirato dal mondo, si tratti di un ideale più o meno astratto, ma seguendo la sua vita, si vede come 5. Benedetto le ha esercitate tutte o quasi: veramente «non ha insegnato diversamente dal come è vissuto" (II D, 36). Il suo carisma taumaturgico, così fortemente accentuato da 5. Gregorio, va quasi sempre beneficio di guarigioni interiori ed esteriori, arriva perfino a risuscitare un bambino morto, quando vede la pena del padre disperato (II D, 32). Quando si fa sentire una tremenda carestia nella regione, esige che tutte le risorse del monastero siano messe a disposizione dei poveri e punisce severamente chi non ha saputo privarsi anche dell'ultima ampolla di olio disponibile per la comunità, fidandosi unicamente delle Provvidenza, che difatti poi non viene mai meno (ivi, 21. 28-29). Lo stesso vale per un debitore insolvente,preso per le gola dal suo creditore, quando fa ricorso al Santo (ivi, 27), e ancora più per chi è oppresso e ingiustamente angariato dalla prepotenza di un signore Goto, famigerato per la sua crudeltà oltre che per il suo odio anticattolico: basta lo sguardo mite e severo del Santo per sciogliere le catene di quel povero contadino e per ammansire quella belva umana (ivi, 31). E si potrebbe continuare con tanti episodi in cui il nostro taumaturgo sente compassione della fatica dei fratelli e provvede loro miracolosamente una nuova sorgente d'acqua (ivi, 5), o salva dal lago il piccolo Placido con l'obbedienza eroica di Mauro (ivi, 7), mentre a sua volta viene vinto da colei «che poté di più perché amò di più», cioè. da sua sorella Scolastica, nella celebre scena miracolosa della pioggia improvvisa che lo costringe a trattenersi di notte nell'ultimo colloquio fraterno, dove tutto anela e prelude alle gioie imminenti, del cielo,... (ivi, 3 3). Più profondamente il Santo legge nel segreto dei cuori per guarire le piaghe spirituali (ivi, 20), o conosce a distanza le mancanze dei discepoli e figli spirituali (ivi, 12. 13. 18), oppure sventa per tempo le insidie e le illusioni diaboliche (ivi, 8. 9. 10. 11. 16. 25, 30). Nessuna meraviglia allora che un uomo il quale ha conosciuto da vicino un po' tutte le sofferenze e miserie umane, abbia educato, i suoi monaci a non vivere rinchiusi soltanto nella torre di avorio di un eccelso ideale contemplativo del tipo solus cum solo, ma già all'interno della comunità ha voluto gli uni aperti verso gli altri in un impegno continuo di servizio fraterno, con il massimo di attenzione e di premura verso i fratelli più deboli e sofferenti. Per questo nei secoli passati è fiorita nei monasteri benedettini perfino l'arte medicinale o farmaceutica, e spesso nei dintorni per cura dei monaci sono sorti ospizi e ospedali per curare tante piaghe e lenire tanti dolori. Soprattutto si spiega come S. Benedetto abbia scritto nella sua Regola un capitolo (il 53) che si può definire storico, perché ha fatto storia in seguito: da esso infatti è nata la proverbiale «ospitalità benedettina» e «la porta della carità» come è stata chiamata tante volte dalla gente vicina la portineria del monastero (per questo cfr pure il c. 66 della RB). Qui si vede come S. Benedetto non ha esitato ad aprire coraggiosamente e prudentemente l'intimo santuario del suo recinto monastico verso i poveri e i pellegrini «che non mancano mai», come egli afferma per esperienza. Per essi egli ha previsto e organizzato un servizio di fratelli (capofila e primo responsabile anche qui è l'Abate) del tutto a parte, per una disponibilità e un'accoglienza ininterrotta che non interferisce coi ritmi della continuità, e assicura un funzionamento per qualunque tempo ed evenienza. Se poi si entra dentro il contenuto e lo spirito di questa pagina ammirabile si resta stupiti della finezza umana e soprannaturale, che il Santo sa instillare nei suoi monaci perché sappiano accogliere chiunque con squisita gentilezza e somma carità, ma sempre con particolare attenzione e premura verso i più poveri «perché in essi si riceve maggiormente Cristo». Dopo le vette della preghiera, della comunione fraterna, del lavoro armoniosamente fuso con la vita interiore, S. Benedetto raggiunge qui l'apice della carità, e della carità più concreta che, come in Gesù o nel buon Samaritano, si curva sull'uomo della strada che viene a bussare alle porte del monastero col suo carico di bisogni e di sofferenze. Anche per questo il Nostro è divenuto Padre d'Europa, perché non solo ha saputo costruire un monastero rifugio riservato ai suoi monaci, ma pur salvando il primato della preghiera - ascolto - silenzio - lode perenne di Dio, ha avuto la geniale capacità di inserirlo, come testimonianza evangelica ed evangelizzante, nel preciso contesto storico e sociale, e, col suo modo proprio, perfino nel tessuto dei più umili (e spesso ignorati) bisogni dell'uomo che cammina lungo le strade del mondo. Certo oggi le mutate condizioni della nostra civiltà, obbligano a ripensare i modi e i tempi dell'ospitalità benedettina, però lo spirito e l'insegnamento che ci ha lasciato il grande Santo restano una preziosa eredità, e uniti al suo esempio, danno fiducia e certezza che l'amore non sarà mai n corto di fantasia e di creatività per rispondere alle istanze del momento presente e a quelle che ci riserva il futuro. Quindici secoli di storia non hanno affatto esaurito la forza di un messaggio che colpisce ancora per la sua freschezza e attualità, e riserva sempre nuova luce per chi lo accosta con animo attento e ben disposto.

p. d. Pelagio Visentin osb

monastero San Giovanni