A. Borias

L' "uomo di Dio" Benedetto è l'eroe dei Dialoghi di San Gregorio Magno. Conosciamo lo sua vita attraverso quest'opera. Il Papa l'ha scritta per confortare i suoi Fedeli duramente provati dai danni che la conquista dell'Italia do parte dei Longobardi avevano provocato. Vuole anche edificarli con i numerosi esempi dati dai santi italiani contemporanei. Tra questi San Benedetto è al centro della sua opera. Gli consacro tutto un libro( libro 11°) e gli offre un ruolo primordiale. La folla di taumaturghi minori che lo circondano ( libri 1° e 111° ) ha solo lo scopo di valorizzare questo genio spirituale che li supera tutti ( libro IV° ). Questa rapida premessa dell'opera di Gregorio ci aiuta a considerare che il suo senso della storia è lontano dal riflettere le preoccupazioni storiche attuali. Inspirandosi a precedenti stili letterari, l'autore s'inserisce in un'ampia produzione agiografica, lo cui preoccupazione principale è quella di scoprire e valorizzare la santità attraverso i suoi miracoli, le sue profezie o altri prodigi. Queste realtà abbondano nel racconto della vita di San Benedetto. Fatti reali e Fatti immaginari sono intimamente mescolati. Comunque è possibile discernere in questo insieme un nocciolo storico solido. Il personaggio-di San Benedetto, di cui San Gregorio traccia il ritratto nel 593-594, poco meno di quaranta anni dopo lo morte dell' "uomo di Dio", è ben radicato nella realtà, così come è possibile conoscerla, del suo paese e del suo tempo. Se il papa non ha conosciuto personalmente il suo eroe, è stato comunque in rapporto con diversi suoi discepoli. Gli stessi tratti importanti dell'esistenza di San Benedetto rimangono solidi. Nato nella regione di Norcia, a nord di Roma, verso il 490, San Benedetto ha seguito l'itinerario classico dei diversi Fondatori monastici di quest'epoca. Interrompendo i suoi studi romani per Fuggire un mondo corrotto e per "piacere a Dio solo", comincia o condurre una vita anacoretica, sempre più stretto, interrotta brevemente da un abbaziato infelice. Lo sua Fama gli attiro numerosi discepoli. Li raggruppo o Subiaco in dodici piccoli monasteri, che vivono sotto la sua direzione e sotto la sua paternità spirituale. Nuovi nemici l'obbligano a lasciare questo indirizzo. Verso il 529, si stabilisce a sud di Roma, a Montecassino, ove fonda una comunità stabile e muore poco dopo il 560. Durante quest'ultima tappa della sua vita, fatta di una trentina d'anni, poco per volta elabora la sua Regola e la redige per il suo monastero. Per Gregorio, questa Regola si distingue per la sua discrezione e per la sua chiarezza di linguaggio. Riflette esattamente lo vita del suo autore.

monastero San Giovanni

Genesi della regola benedettina.

Pacomio, padre dei cenobiti, ricevette direttamente dal cielo, tramite un angelo, una tavoletta di bronzo, sulla quale era incisa la regola destinata ai suoi monaci. Questo è quanto ci riferisce Palladio nella sua Storia Lausiaca. San Gregorio non rievoca alcunché di simile nella vita del suo eroe. La Regola Benedettina non è caduta dal cielo. Non è nata di getto dalla penna del suo autore. E' frutto di una lunga e lenta maturazione. In essa San Benedetto evidenzia la sua conoscenza profonda dello Tradizione e la sua personale esperienza della vita monastica.

Le Scritture e i Padri.

L'Autore della Regola si rivela innanzitutto un fedele testimone della Tradizione della Chiesa. Dalle prime parole del Prologo sino alla fine del suo ultimo capitolo, non si stanca di far riferimento alla Scrittura. E' tutto impregnato della Parola di Dio, "dei libri ,dall'autorità divina, sia dell'Antico che del Nuovo Testamento", illuminati e commentati dai "Padri cattolici riconosciuti per la loro ortodossia"( RB 9,8 ). Questi testi Benedetto li ha pronunciati, cantati, li ha ascoltati ogni giorno durante le differenti ore dell'Ufficio divino o durante i pasti. Li ha imparati, meditati, ruminati durante le tre ore di "lectio divina" giornaliera. Questi lunghi momenti, passati quotidianamente, durante gli anni, a contatto con la Parola di Dio, spiegata e commentata dalla Chiesa stessa nella sua tradizione patristica, hanno profondamente segnato la sua memoria di tutti questi passi.Intimamente assimilata per giorni e anni, la Scrittura diventa l'humus Fertile della vita spirituale di San Benedetto. Lui è stato segnato in modo particolare dal Salterio recitato interamente ogni settimana e ancora di più dal vangelo di Matteo e dalle lettere dell' "apostolo", da Paolo. Come gli Antichi, Benedetto non concepisce altro itinerario spirituale che quello indicato da Dio stesso nella Scrittura. Questa rimane la sola vera Regola: "Ogni pagina, ogni parola dell'Antico e del Nuovo Testamento, che ha Dio quale autore, sono una norma perfetta per la vita umana" ( RB 73,3 ).Una regola monastica è sempre un'interpretazione e una attualizzazione concreta della Scrittura ai bisogni e alle necessità di cristiani che vogliono rispondere a una chiamata particolare di Dio in un momento o in un luogo particolare della storia. Questa certezza Fondamentale, che anima San Benedetto, spiega perché le citazioni, le reminiscenze e le allusioni bibliche o patristiche zampillano dalla sua penna e con tale abbondanza, per esprimere il suo pensiero.

La tradizione monastica

San Benedetto s'inserisce inoltre in una lunga tradizione monastica, di cui è nutrito e di cui vive. Alla sua epoca, il monachesimo aveva già tre secoli di vita. Sulla scia di diverse correnti ascetiche, che hanno segnato vita della Chiesa delle origini, il monachesimo è apparso un po' dappertutto intorno al basso mediterraneo. Ha conosciuto le Forme più svariate: l'eremitismo e il cenobitismo, il ritiro nel deserto e la presenza nelle città. Lo stesso monachesimo occidentale era allora in piena efflorescenza. Per trecento anni, dal 395 al 680 circa, si assiste a una proliferazione di regole monastiche autonome. Una trentina di esse sono pervenute Fino a noi. In quest'epoca, e ancora per un lungo periodo di tempo successivo, ogni monastero segue la sua propria regola, che il suo Fondatore ha generalmente delineato. Questa regolo si sforza di adattare, secondo il genio di ogni autore, la vita monastica a un luogo e a una determinata epoca, a persone e mentalità diverse. Normalmente quest'opera non mira all'originalità. Pretende solo di trasmettere l'eredità ricevuta dagli antichi, aggiustandola alle circostanze e alle particolari esigenze. Lo scopo perseguito non è quello di redigere un codice giuridico, ma piuttosto un trattato di spiritualità. Tende o guidare i discepoli sul cammino della perfezione evangelica, in una vita veramente comunitaria e fraterna. Questa è lo spiegazione che San Benedetto, o più probabilmente dei copisti, danno a questa parola "Regola", che "è così chiamata perché regola la condotta di coloro che obbediscono"(RB 1,T). Con una grande libertà,ogni abate attinge a questa tradizione vivente che si offre a lui e che è comunicata per via scritta e orale, grazie ai rapporti tra monasteri e tra i monaci stessi. San Benedetto è uno degli anelli di questa catena viva e dinamica. Per quanto lo riguardo, lui è legato in modo speciale al monachesimo egiziano, che conosce in modo particolare tramite le opere di Cassiano. Si ispira anche alla regola di S. Agostino, la cui influenza si faceva allora sentire in Italia; e, in forma minore, alla regola del "nostro Santo Padre Basilio" ( RB 73,5 ), tradotto da Rufino. Ha avuto San Benedetto tra le mani tutti questi testi monastici, e altri ancora? Ha conosciuto solamente degli estratti? Non ci è possibile precisarlo. Ricordiamoci che, in quest'epoca, i libri erano molto costosi e dunque rari, anche in un monastero. In ogni caso, la Regolo Benedettina, che si rifà più o meno all'una e all'altra delle principali Famiglie monastiche, offre un'immagine assai Fedele e assai completa della tradizione cenobitica. Tra tutti questi testi monastici, letti, meditati e filtrati, San Benedetto ho operato una scelta capitale. Adotta come documento di base per il suo proprio monastero una regola contemporanea, la Regola del Maestro, redatta verso il 500-530, ma il cui autore e luogo d'origine ( la regione romano o lo Jura ?) restano ancora sconosciuti. Partendo da questo testo progressivamente rimaneggiato, Benedetto ha elaborato la sua opera personale. Questa scoperta capitale è il prezioso risultato delle ricerche scientifiche di questi ultimi decenni, anche se tutti gli specialisti non concordano sulla forma esatta che questa Regola aveva quando San Benedetto l'ha utilizzata.

La sua esperienza.

Per quanto riguarda la vita monastica San Benedetto non ha avuto solo una conoscenza libresca. Fin dalla giovinezza, l'ha vissuta sotto diverse forme e per lunghi anni. E' proprio questa sua esperienza personale che fa la differenza tra tutte le sue fonti e dona alla sua opera un tocco originale. Il suo testo ne conserva molteplici tracce. Così , all'inverso del suo cammino personale, san Benedetto, in accordo con il Maestro, invita il suo postulante o cominciare con la vita cenobitica e a provarla per lungo tempo, prima di lanciarsi nell'eremitismo. Lui, che sull'esempio di Abramo, è "emigrato" per sei volte da un posto all'altro, alla ricerca di Dio, insiste con forza sulla stabilità. E' dunque alla luce della sua esperienza personale che sceglie queste aggiunte esterne. In particolare, rivolgendosi essenzialmente a dei debuttanti, insiste nel comunicare i rudimenti della dottrina spirituale, armarli contro i vizi e sviluppare in essi virtù cristiane. E' solo a tratti che emerge la sua esperienza mistica che poi condivide ( cfr. Pr 49; 7,67-70; 27,8-9; 49,7; 72; 73,8-9 ). La sua Regola è anche contrassegnata dalla conoscenza che egli aveva degli uomini e dalla vita concreta di una comunità monastica. Vissuta quotidianamente, sperimentata per anni, ha subito molteplici ritocchi. Essa non riesce a nascondere anche resistenze, disillusioni e anche smacchi dolorosi. nfine anche gli avvenimenti esterni hanno lasciato la loro impronta nella Regola. In essa si percepiscono gli effetti delle difficoltà politiche, economiche , sociali e religiose dell'epoca sulla vita comunitaria. San Benedetto redige la sua opera in un clima di lotta e di contestazione. E' il tempo in cui , dopo la morte di Teodorico ( 526 ), i Bizantini riconquistano faticosamente l'Italia ai danni degli Ostrogoti che l'avevano invasa. Questa lunga guerra( 535-553 ) trascina con sé un corteo abituale di miserie. La Chiesa stessa è sempre duramente attaccata dall'arianesimo. Questa eresia, che negava la divinità del Cristo, è professata e incoraggiata dai Goti che occupano il paese. Siamo ancora lontani dall'averla definitivamente superata. Gli ostacoli non mancano dunque per chi voleva condurre uno vita autenticamente monastica. Quest'ambiente di guai, tensioni e conflitti si profila sullo sfondo della regola benedettina e ne spiega diversi aspetti. Governare una comunità in quei tempi non era assolutamente un'impresa tranquilla. L'autorità dell'Abate più d'una volta era messa in crisi dai monoci stessi. San Benedetto si sente impotente a vietare loro l'uso del vino, che non si addice per niente ai monaci. L'offerta dei giovani gli ha procurato diverse defezioni. Si vede imposta dalla comunità la presenza di un priore. Le mormorazioni, che non si stanca di combattere con forte energia, si manifestano frequentemente. San Benedetto è obbligato a ricorrere spesso alle maniere forti per imporre l'obbedienza alla Regola e all'Abate. Un certo rigorismo tende a moltiplicare esigenze e punizioni, che sono lontane dalla nostra mentalità, e che necessariamente occorre ricomporre in questo contesto storico, per comprenderle e superarle. Quest'aspetto spiacevole non deve nascondere la profonda ricchezza umana e spirituale che si manifesta ovunque. Questa rudezza è mescolata a una delicata tenerezza. In particolare, San Benedetto è sempre preoccupato di aiutare i più deboli. Ha il senso paterno delle persone e delle loro differenze individuali. Ciò che lo preoccupa innanzitutto, è il bene spirituale dei suoi Fratelli ancora di più della organizzazione concreta della comunità. E' qui, in questo atteggiamento che si scopre "l'uomo di Dio" quale era in profondità. Partendo dunque dalla sua conoscenza intimamente vissuta e saporosa della Scrittura e della Tradizione sia patristica che monastica, a partire anche dalla propria esperienza umana e spirituale, San Benedetto elabora progressivamente la sua Regola. Questa merita davvero l'elogio attribuitogli da san Gregorio : sia per il suo discernimento giudizioso e sicuro e sia per la sua discrezione fatta di prudenza e di misura.

Elaborazione della regola benedettina.

Arrivato a Montecassino San Benedetto cominciò dunque ad adottare la Regola del Maestro, modificandola e adattandola progressivamente a seconda dei bisogni della sua comunità e alla luce delle sue osservazioni maturate lungo gli ultimi trenta anni della sua esistenza. E' un lavoro di lungo fatica: un'opera continuamente rimessa in cantiere, corretta, ritoccata, rifusa, mai perfettamente compiuta e che solo la morte interromperà. Confrontando il risultato con la Regola del Maestro, si può seguire questo lungo e paziente lavoro di elaborazione e redazione, come anche l'evoluzione del pensiero di San Benedetto e delle istituzioni che stabilisce. Qui omette, la modifica o magari aggiunge. Di fatto riduce di due terzi l'opera del suo predecessore, sconvolgendone in gran porte la logica del progetto. Infine immette uno spirito nuovo, molto meno casistico e teorico, molto più preoccupato del bene spirituale delle persone. Tutto questo lavoro si può dividere in tre grandi tappe, lungo le quali san Benedetto prende sempre più le distanze nei confronti del proprio modello.

Prologo e capitoli 1-7.

Nel corso di questo prima tappa di natura soprattutto spirituale, san Benedetto riprende quasi testualmente dal suo predecessore lo schema della sua opera e quindi le basi della vita monastica. E' il Signore che chiama un uomo a ritornare a Lui e a entrare nel monastero, dove persevererà fino alla morte. Il monastero è una scuola del servizio del Signore. Il monaco è diretto da un padre e maestro spirituale: è l'abate, che tiene il posto di Cristo, aiutato dal consiglio della comunità. Il fratello si esercita alla pratica delle diverse virtù cristiane, principalmente quelle dell'obbedienza, del silenzio e dell'umiltà, che gli serve quale scala per salire a Dio. Seguendo il Maestro, san Benedetto si rifà all'insegnamento di Cassiano e, tramite quest'ultimo, alla spiritualità del monachesimo egiziano. Come loro, pone l'accento sullo salvezza individuale del fratello e sulle relazioni verticali che intrattiene con il suo abate. Gli propone i mezzi appropriati per arrivare alla vita eterna. Però san Benedetto non si accontenta di ricopiare parola su parola la Regola del Maestro. Aggiunge la sua impronta personale. Innanzitutto libera ampiamente il suo modello da numerose lungaggini che hanno spesso un riferimento lontano con l'argomento. Sopprime anche passi che non sono di suo gradimento. Inoltre fa filtrare i suoi concetti, aggiungendo qua o là alcuni termini o alcuni versetti del suo repertorio. Così compone da solo l'inizio e una parte della fine del Prologo, dando così a tutto l'insieme un tono ancora più orientato sulla persona del Cristo. Inoltre ricorda la carità nelle diverse tappe della esistenza cenobitica. Già incomincia a percepire la propria visione della vita monastica.

Capitoli 8-66.

Questo orientamento si accentua nel corso della seconda tappa, ove parla delle differenti istituzioni monastiche: lo sviluppo dell'Ufficio divino e l'importanza della preghiera ( RB 8-20 ), il codice penitenziale ( RB 23-30 ), le molteplici attività dell'esistenza giornaliera ( R8 31-57 ), i diversi responsabili (RB 21-22; 63-66 ), il reclutamento ( RB 58-62 ). Questa semplice enumerazione, senza un piano ben definito, contrasta con l'ordine logico della Regola del Maestro. Indica già come san Benedetto prende le sue distanze di fronte al suo predecessore. Non solo, modifica l'ordine dei capitoli, anche se il loro concatenamento ne dovesse soffrire. Ma ancora, sconvolge profondamente le strutture stabilite dal suo predecessore, per adattarle alle nuove situazioni. Inoltre dà prova di uno spirito molto diverso. A differenza del Maestro si attacca molto meno a ciò che il monaco deve fare, e dà più risalto al modo in cui lo deve fare. Con una preoccupazione pastorale evidente, si inquieta molto di più per il modo di agire dei suoi fratelli che per l'argomento delle loro attività, di più per le loro disposizioni soggettive che delle realtà oggettive. Le occupazioni concrete gli importano meno del vantaggio spirituale delle persone, di cui ha il senso e la sollecitudine. Il bene delle anime è superiore al bene dell'ordine. Il capitolo del Cellerario ne offre un esempio lampante, insieme a tanti altri ( cfr RB 27; 28; 31; 36; 53...). Questa seconda parte comporta una prima finale con il capitolo 66, che corrisponde all'ultimo capitolo della Regola del Maestro. Forse la Regola Benedettina si concludeva allora con il capitolo 73, che di fatto non è che l'epilogo , e che presenta molte rassomiglianze letterarie e punti comuni con il Prologo.

Capitoli 67-72.

Senza dubbio, verso la fine della sua vita, san Benedetto ha ritenuto necessario aggiungere questi ultimi capitoli. Giunto alla sua piena maturità umana e spirituale, abbandona il Maestro. Ispirandosi allora a Sant'Agostino, la cui influenza si faceva già nettamente sentire nella tappa precedente ( cfr. RB 52; 64...), ci offre lo stadio ultimo del suo ideale cenobitico. Riprendendo in questa nuova prospettiva i fondamenti spirituali dell'esistenza monastica ( RB Pr; 1-7 ), cerca di completarli e li vede alla luce del precetto evangelico della carità. Mentre all'inizio metteva l'accento sulle relazioni verticali e individuali che si intrecciano tra l'abate e il suo monaco, ora insiste sui rapporti orizzontali che si stabiliscono direttamente tra i fratelli. La vita cenobitica acquista allora la sua piena dimensione comunitaria. Più che un maestro l'Abate diventa un padre che cerca innanzitutto di amare ed essere amato ( RB 64 ). Con lui il monaco può intrecciare un dialogo, quando si trova di fronte alle difficoltà dell'obbedienza ( RB 68 ). I fratelli stessi si obbediscono reciprocamente ( RB 71 ). Il cammino che li conduce a Dio è innanzitutto il cammino della carità (RB 72 ), che integra così la salita dell'umiltà. Al termine della sua esistenza, san Benedetto orienta esplicitamente la vita cenobitica sul messaggio essenziale del Vangelo, sul doppio comandamento di Cristo. La carità ritrova qui tutto il suo vigore e la sua ineguagliabile importanza. Essa anima e dirige l'esistenza della comunità, ove i monaci vivono tra loro, in piena comunione di cuore. Ciò che vivifica la loro vita personale e comunitaria, è l'ardore dell'amore, un amore che ha la sua fonte nell'amore per Dio e per il Cristo e che da essi attinge il suo dinamismo. In definitiva, il principale merito della regola benedettina non sta in innovazioni geniali, ma in questo felice equilibrio che armonizza l'essenziale della tradizione anteriore e le necessità presenti. San Benedetto non opera una rivoluzione, come il Maestro. Non costruisce un nuovo edificio. Ordina saggiamente quanto ha ricevuto dai suoi predecessori e che ha sperimentato lungo la sua esistenza.

Storia della regola benedettina.

San Benedetto muore poco dopo il 560. Dopo gli Ostrogoti l'Italia è invasa dai Longobardi. Nel 581 distruggono il monastero di Montecassino. I monaci si rifugiano o Roma. Proprio dalla Città la Regola benedettina si espande e ha il sopravvento sui diversi saggi, anteriori e posteriori, prima di imporsi definitivamente negli ambienti monastici dell'Occidente. La RB deve questa buona riuscita senza dubbio al suo valore intrinseco, fatto di discrezione, di equilibrio e di misura. Lo deve anche al suo carattere relativamente metodico e completo. In più lo deve al fatto che entra meno nei dettagli concreti di quanto fa la Regola del Maestro e inoltre dà più larga autonomia all'abate e quindi può essere più facilmente adattata alle nuove situazioni, che pure intravede in certi casi. Infine la vita prestigiosa dell' "Uomo di Dio" Benedetto, presentata da Gregorio come ideale del santo monaco, la calorosa raccomandazione che il Papa dà alla sua opera, senza dimenticare l'influenza della Chiesa romana, contribuirono con efficacia alla larga diffusione della Regola Benedettina e al suo ascendente sempre più preponderante nel mondo monastico latino. Così, dal secolo 7°, essa viene progressivamente adottata dai numerosi monasteri merovingi, che la combinano con altre Regole, particolarmente con la Regola di San Colombano. Essa avrà il primato definitivo nel 9° secolo con la riforma monastica di Benedetto d'Aniano, quando diventerà teoricamente la norma esclusiva di tutti i monasteri carolingi ( 817 ). Questo totale successo spiega la moltitudine di manoscritti che hanno trasmesso e conservato questo testo, mentre l'originale è scomparso. Per stabilire l'edizione critica della Regola, il professore Hanslik ne ha consultati trecento. Possono essere raggruppati in tre grandi famiglie. La prima rappresenta il "testo puro", e la sua gemma è il manoscritto 914 di San Gallo. La seconda, o "testo interpolato", composta di diverse note, aggiunte, ritocchi e correzioni; il più antico testimone della Regola, il manoscritto O di Oxford ( verso il 710 ), appartiene a questo gruppo. Infine la terza famiglia raccoglie dei manoscritti che, a partire dal 9° secolo, uniscono le prime due famiglie: è il "testo ricevuto", che si espande rapidamente e s'impone presto dappertutto.

Lo stile di san benedetto.

Animati da un purismo scolastico sempre più puntiglioso, i copisti della Regola hanno messo a dura prova questo testo, a causa di una infelice venerazione. La lingua di San Benedetto è stata mortificata, anche snaturata, nella gran parte della sua tradizione manoscritta da questi movimenti classicisti, che compaiono già una cinquantina d'anni dopo la morte di san Benedetto e arriveranno a un latino medioevale. Malgrado questo lento processo di normalizzazione sul latino classico, la lingua complessa della Regola benedettina è ora ben conosciuta. Nella precedente edizione di questo volume, Melle Christine Mohrmann, con la sua competenza universalmente riconosciuta, la definisce in questi termini:" Il latino di san Benedetto riflette la lingua viva del sesto secolo, come si parlava in Italia, senza essere una lingua vulgare... San Benedetto non usa la lingua letteraria del suo tempo, ma piuttosto una lingua semplice e viva... La lingua di san Benedetto non è dunque un fenomeno isolato... essa contiene la stessa impronta dei tempi sconvolti del sesto secolo, il marchio di una forte impronta cristiana e biblica, determinata soprattutto dalla tradizione monastica che si stava creando una lingua speciale nel seno stesso della latinità cristiana. E' su questo sfondo di una lunga corrente molto viva, che si delineano i tratti particolari di questo documento unico, che pur ponendosi all'interno di una tradizione, porta tuttavia un impronta molto personale" che completano sfumature giuridiche e contatti con la lingua liturgica di Roma. Lo stile della Regola richiama la semplicità e la libertà. San Benedetto scrive abitualmente in un modo conciso, qualche volta anche eclettico. Non disdegna le assonanze, le ridondanze ( cfr 43,1; 71,6-8 ). Questa lingua virile e troppo poco sentimentale è però espressiva e ricca d'immagini. Soprattutto, con tutta lo pedagogia di un vecchio maestro sperimentato, attento a ottenere l'attenzione dei suoi uditori o dei suoi lettori, preoccupato di deporre la sua Regola nello loro memoria, utilizzo abbondantemente i diversi espedienti dello retorica del suo tempo. Il primo di questi procedimenti pedagogici che da lui viene usato, è la ripetizione, con cui riprende gli stessi termini, Fa uso di espressioni identiche, come un martellamento costante. Lo Regolo del Maestro si serviva già normalmente di questo procedimento. San Benedetto lo utilizzo abbondantemente per suo proprio conto, per Far passare le sue intime convinzioni: l'amore di Cristo ( 4,21.72; 7,69; 63,13 ), l'obbedienza agli ordini dell'abate ( 26,1; 31,4.12; 33,2; 67,7; ...), l'ideale e la pratica della espropriazione ( 33,1-5; 55,18-19 ), l'importanza dell'Ufficio divino ( 22,6; 43,1-3 ), l'atteggiamento interiore durante la preghiera ( 20,3;52,4 ), la pazienza verso i fratelli ( 36,4-5;72,5). San Benedetto sa bene ciò che vuole, e vi ritorna continuamente. Lo vuole anche con forza. Quando un principio gli sta intimamente a cuore, i termini imperativi si precipitano e si moltiplicano sotto la sua penna. E' una valanga di "sempre" ( semper ) o di "mai " ( numquam ), di "tutto" ( omnis ) o di "nullo" ( nihil ), di "immediatamente" ( mox, statim ) e di "senza ritardo" ( sine moro ) ( cfr. 5,1-4; 7,10-14; 31.1.12; 33,1-6 da confrontare con 55,18-19; 36,1; 59,3; ...). Più sottile è l'uso che fa dell'inclusione. Questo procedimento di retorico, molto utilizzato nella Bibbia, consiste nel riprendere, alla fine di un passo e in termini simili, l'idea che era stata enunciata all'inizio. Per esempio, al "buon zelo che porta alla vita eterna" risponde "il Cristo, che ci conduce tutti insieme alla vita eterna"( RB 72,2.12). Questa figura retorica, che serve a mantenere l'unità profonda di un insieme, si incontra nella metà dei capitoli della Regola. E' come sottolineare la sua importanza e in particolare un invito o seguire l'elaborazione progressiva di quest'opera e determinarne anche le differenti fonti redazionali. Senza riprendere i molteplici esempi che danno fondamento a queste differenti affermazioni, cercheremo però di ricordare alcuni aspetti dello stile della Regola di san Benedetto. Così il vocabolario di san Benedetto è testimone di una evoluzione del vocabolario monastico del suo tempo. La terminologia latina originale cede sempre più il posto alla terminologia orientale, che s'introduce gradualmente in Occidente. Il superiore della comunità è chiamato quasi esclusivamente "l'abate" ( abbas ) al posto di "priore" ( prior ) che invece designerà l'aiuto del superiore. Il "monaco" ( monochus ) si sostituisce poco per volta al "fratello" ( frater ) o a "discepolo" ( discipuius ). La sua dimora è il "monastero" ( monasterium ). Il lessico della Regola esprime anche un reale sforzo di precisione teologica. Di fronte all'Arianesimo del tempo, san Benedetto evita sistematicamente, per una preoccupazione evidente di ortodossia, tutto ciò che potrebbe richiamare l'umanità del Cristo. In particolare non è mai ricordato col suo nome anagrafico, Gesù. Inoltre riserva il loro significato propriamente teologale alle parole che designano le virtù della fede ( fides, anche credere ), della speranza ( spes, desperare ) o della carità ( amor, caritas ). Sopprime ogni allusione diretta al padre e alla madre carnali del monaco; la sua vera famiglia è divenuta quella monastica, con l'abate per padre e i monaci per fratelli. La sintassi è poco tradizionale, a volte anche trascurata. Manifesta una grande elasticità in cui si esprimono la libertà, lo spontaneità o la creatività dell'autore. Le sue costruzioni derivano dalla lingua parlata, che non esita a rompere con le leggi classiche della grammatica latina. Questo carattere è conforme alla tradizione monastica, che non è presa più di tanto da preoccupazioni letterarie. Inoltre , l'elaborazione lenta e sconnessa della Regola, dovuta al Fatto che molto probabilmente è stato dettata, spiegano anche in parte, questo sfilacciamento sintattico. Qui viene aggiunto un termine, là viene tagliata una frase, senza che il tutto sia alla fine armonizzato. San Benedetto non gioca a far lo scrittore. Però, quando vuole, sa scrivere un latino più castigato, come lo dimostrano ad esempio l'inizio del suo Prologo redatto a forma di poema ( RB Pr 1-2 ), o ancora il capitolo 72, che comincia con un ampio periodo dal gusto classico ( RB 72,1 -2 ). Così ci è possibile sviluppare le idee essenziali di San Benedetto, l'evoluzione del suo pensiero e delle sue istituzioni: l'accoglienza degli ospiti ( 53,1...) o la creazione più tarda del priore nel monastero benedettino ( cfr. RB 65,11-13 e 21,7)... L'uso di questo procedimento mostra chiaramente che la Regola non è mai stata un documento fisso, ma sempre in divenire, per rispondere meglio alle esigenze sempre nuove della vita e adattarsi con elasticità a tutte le realtà concrete. Questa è senza dubbio la ragione fondamentale che può spiegare come, a differenza delle altre Regole, la Regola benedettina non presenta un piano metodico e in più il suo autore sconvolge profondamente, e senza motivo apparente, il programma logico che gli offre il Maestro. Infine, san Benedetto possiede l'arte di coniare massime, la cui concisione e bellezza colpiscono la memoria. Spesso si trovano all'inizio di un capitolo oppure lo concludono. Così, "nulla sarà preferito all'Opera di Dio" (43,3 ); " l'oratorio sarà ciò che significa il suo nome " ( 52,1 ); " nessuno sarà disturbato né contristato nella casa di Dio" ( 31,19 ); " tutti gli ospiti saranno ricevuti come il Cristo" ( 53,1 ); " l'abate odierà i vizi e amerà i fratelli" ( 64,11 ); " Dio sarà glorificato in tutto" ( 57, 9 )... Si potrebbe formare un ricco florilegio di queste sentenze ricorrenti, capaci di alimentare tutta una vita.

Una guida di lettura.

In un racconto di san Gregorio, si parla di un eremita che viveva presso il monastero di san Benedetto. Un giorno decise di incatenarsi alla grotta, così da non essere in grado di abbandonarla. Lungi dall'ammirare questo gesto, l'"uomo di Dio" inviò uno dei suoi discepoli a dirgli: "Se tu sei un vero servo di Dio, non ti tenga qui una catena di ferro, ma la catena di Cristo" ( Dialoghi 111,06,9 ). Questo aneddoto traduce esattamente l'inspirazione profonda della Regola benedettina. Il Cristo vi occupa il posto centrale. E' Cristo che ha chiamato il cristiano a entrare in monastero. E' per amore di Cristo che ci vive e persevera fino alla morte. E' a Cristo che si dona interamente e totalmente. E' il Cristo che lo conduce con i suoi Fratelli, tutti insieme, alla vita eterna. L'esistenza del monaco si può capire solo per questa relazione personale con Cristo. Nulla è più caro di Lui. Nullo preferisce all'amore per Lui. Vive in comunione con Lui lungo il corso delle sue giornate. Lo incontra durante l'Ufficio divino, nella preghiera privata, nelle sue letture. Lo incontra nel suo Abate, che fa le veci di Lui nella comunità, di cui è padre. Lo serve nei suoi fratelli malati. Lo accoglie negli ospiti, che arrivano sempre in monastero. Il Cristo lo incontra ancora nei diversi avvenimenti della sua esistenza. Il Cristo è sempre presente nella sua vita, sia privata che comunitaria. E' l'animo della vita benedettina. E' nel cuore della comunità, per unirli in una famiglia di fratelli, con la medesima Fede, speranza e carità. Ecco perché Cristo è il modello vivo che il monaco vuole imitare. Se obbedisce al suo abate, ai suoi fratelli, con prontezza e generosità, è per rassomigliare a Cristo, che si è fatto obbediente fino alla morte per amore del Padre. Se osserva abitualmente il silenzio, è per essere attento alla Parola di Dio, per rimanere nell'ascolto di Cristo. Se sale la scala dell'umiltà, è per vivere sempre più intimamente alla presenza di Dio, in una comunione di vita sempre più vera con Lui. Se rinuncia a tutto, non solo al possesso dei beni materiali o all'affetto coniugale, ma ancora di più ai suoi desideri e alla sua propria volontà, in una parola a se stesso, tutto ciò è per seguire Cristo e appartenere solo a Lui. Se incontra lungo il cammino difficoltà e prove di ogni tipo, invece di scoraggiarsi, sa di partecipare alle sofferenze di Cristo, per arrivare al suo Regno nella gloria della Resurrezione. Vita con Cristo, vita tutta centrata sulla ricerca vera e generosa di Dio, la vita monastica è vissuta nella fede. L'Ufficio divino vi occupa un posto preponderante: otto volte al giorno, la comunità si riunisce per pregare insieme e per lodare Dio in comunione con la Chiesa terrena e la Chiesa celeste. Un lungo tempo è consacrato quotidianamente alla "lectio divina", questa lettura lenta, ruminata, della Parola di Dio che alimenta la fede del cenobita. Il lavoro permette al monaco di guadagnarsi la sua vita, come ogni uomo, a immagine del Cristo stesso. L'esistenza cenobitica affonda in un clima di carità fraterna, il cui modello rimane la prima comunità cristiana di Gerusalemme, in cui tutto era messo in comune, e i fratelli avevano un cuor solo e un'anima sola. II comandamento del Signore anima l'esistenza del monastero e i rapporti dei monaci tra di loro. Crea un clima di rispetto reciproco e di misericordia, di condivisione e disponibilità nel servizio, di ascolto, di pazienza e di sollecitudine tutta speciale verso i più piccoli e deboli. Donandosi a Cristo e ai fratelli i monaci interiorizzano e approfondiscono la loro vera personalità. La vita monastica è infine segnata dalla speranza. Questa comunità terrena prepara l'altra comunità, di cui qui in basso ne è l'immagine imperfetta. Essa tende verso quella comunità celeste in cui si realizzerà fra tutti i fratelli la loro piena comunione con Dio e in Dio. Se la comunità cenobita si modella qui in basso sulla comunità originaria di Gerusalemme, i suoi membri anelano tutti insieme, sotto la guida di Cristo, verso la Gerusalemme celeste, alla quale aspirano. E' solamente là, e là che alla fine giungeranno, al termine della loro ricerca spirituale, alla pienezza della Vita, in una comunione reciproca, in una totale comunione con Dio Padre, nel Cristo per la potenza e la dolcezza del loro Spirito.

Irradiazione della regola benedettina.

Solo la morte ha fermato san Benedetto nell'elaborazione della sua Regola, che è rimasta un documento vivente. La venerazione che lo circonda, la fissità della Scrittura, il peso della tradizione non sono riusciti a scalfirla. Durante i primi secoli della sua storia, è stata senza dubbio unita, secondo i bisogni e i luoghi, con altre Regole, in particolare con quella di san Colombano. E' il periodo delle "regulae mixtae". Anche quando Benedetto d'Aniano riuscì ad imporre la Regola benedettina come regola unica nell'impero carolingio, si rivelò necessario completarla e precisarne diversi dettagli nel Capitolo di Aix-la-Chapelle ( 817 ). E' il punto di partenza di quei "costumi" e "usi", grazie ai quali il monachesimo medioevale interpreterà e adatterà la Regola. In seguito, "dichiarazioni" e "costituzioni" diverse prenderanno il posto per adattare continuamente la Regola alle necessità dei tempi, dei luoghi e delle persone, anche quando si vuole ritornare alla lettera del testo. Così, con lo scorrere dei secoli, quelli che hanno sperimentato e vissuto la Regola, che si sono passati questo testo di mano in mano e più ancora da cuore a cuore, hanno rivelato progressivamente le ricchezze potenziali che essa nasconde. Di fatto la Regola ha esercitato un'influenza importante, grazie ai molteplici monasteri disseminati in tutta Europa, sulla civilizzazione occidentale. Questa storia vivente è ancora lontana dall'essere compiuta. Questa rilettura secolare della Regola, acquista ora nuove dimensioni. Fino alla nostra epoca, la Regola benedettina è vissuta praticamente solo nel mondo occidentale, sia in Europa che in America. In questi ultimi anni, affronta civilizzazioni e culture molto differenti, nuove mentalità in Africa e in Asia. Inoltre incontra nuove tradizioni monastiche di origine non-cristiana. Grazie a queste circostanze, l'opera di san Benedetto potrà conoscere nuove dimensioni. Certi dei suoi aspetti, lasciati in ombra dal passato, potranno godere di nuova luce, acquisteranno dimensioni originali. Ciò significa che la Regola benedettina non è ancora pervenuta al termine della sua storia. Senza dubbio, comincia ad aprirsi per essa un altro avvincente capitolo del suo lungo destino.

monastero San Giovanni