Uscendo dalla chiesa, a destra, vi è l’accesso ai chiostri. Il primo detto di San Giovanni o della Porta, con porticato a colonne ioniche e resti di affreschi del tardo Cinquecento, è l’ultimo in ordine cronologico (1537-1538). Ancora visibile sotto il tetto qualche traccia degli affreschi di Leonardo da Monchio e di Ercole Pio, datati 1579. La fontana al centro è stata inaugurata il 17 ottobre 1589. Il chiostro è collegato, grazie alla continuazione dell’anello perimetrale, a quello più antico detto del Capitolo (1500) sotto la cui loggia si apre, attraverso una porta a edicole e bifore riccamente scolpite da Antonio Ferrari d’Agrate, la sala capitolare. Questa sala possiede sedili in legno con dossali intarsiati e il chiusino sepolcrale al centro della pavimentazione, di stile lombardo-veneto, ad arabeschi incisi su lastra di marmo bianco e riempiti di pastiglia nera, che deve ritenersi eseguito dai maestri d’Agrate nel primo decennio del Cinquecento. I sedili sono in noce intarsiata a intrecci geometrici, divisi in campi diversi da pilastrini e capitelli minuscoli e ben intagliati. Le modanature sono eseguite rigorosamente. Pare che sia uscito dall’officina di Bernardo Canoccio da Lendinara, abile artista, verso l’ultimo decennio del XV secolo. Oltre agli affreschi del Correggio, staccati da dietro le cantorie del presbiterio, è da ammirare anche una bella copia della Deposizione del Correggio, tornata nel monastero nel 1993. Dal chiostro del Capitolo per un ampio scalone a tre rampe si è nel grandioso corridoio di due bracci, incrociantisi sotto un cupolino centrale, illuminati grazie a una serie completa di finestroni, che fanno risplendere ogni angolo, e che danno accesso a una lunga serie di camere con gli stipiti delle porte in pietra arenaria. Un tempo era detto dormitorio. Il braccio più lungo di esso ha un primato nel suo genere, essendo lungo ben 151,80 metri.

monastero San Giovanni

Il terzo chiostro, detto di San Benedetto, è il più grande e risale al 1508-1512. La linea è molto elegante; il porticato è formato da trenta colonne; tra colonna e colonna ventisei tondini con figure di santi. In gran parte questo lavoro di Giovanni Battista Merano e Tommaso Aldovrandini (dal 1682 al 1687) è stato cancellato dalle intemperie. Da qui si giunge nel refettorio dove si conserva la tela dell' Ultima cena (1562) del Bedoli, inquadrata in prospettive ad affresco realizzate probabilmente da Leonardo da Monchio. Bella sala di vaste proporzioni (lunga metri 30, larga 10 e alta 12), completata nel 1498, riceve luce da otto grandi finestre. Per molti anni è servita come "palestra" ai soldati di stanza nella parte del monastero ridotta a caserma. Di notevole interesse è la raccolta di stampe della Galleria delle stampe Emilio e Giulia Ferroni. Vi si trovano incisioni del Tocchi e di Scuola che riproducono la cupola del Duomo, quella di San Giovanni e affreschi del Parmigianino, dono del cav. ing. Emilio Ferroni in occasione del millenario dell'abbazia avvenuto nel 1980. La galleria accoglie inoltre altre incisioni di vari soggetti religiosi da dipinti di artisti di gran fama. Al piano superiore del monastero e che divide il primo chiostro dal secondo, è situata la biblioteca, una sala lunga metri 21, larga 13 e alta 6, tipico esempio di architettura cinquecentesca. E’ divisa in tre navate da due ordini di colonne. Anche questo locale adibito a ma mente, ha riacquistato il suo antico splendore. Alle pareti, tempere di Ercole Pio e Antonio Paganini che vi hanno lavorato nel periodo 1571-1575. Complessa decorazione, quella dei due artisti, allusiva al significato della biblioteca come theatrum mundi e tbeatrum sapientiae. Tra le più interessanti, quella che presenta il Ducato di Parma e quella della battaglia di Lepanto, forse in onore del principe Alessandro Farnese che vi aveva partecipato. Nel soffitto numerose grottesche: figure, stemmi, motti in diverse lingue antiche, opera degli stessi artisti. Materiale pregevolissimo della biblioteca sono undici corali miniati, di finissima fattura, opera di Damiano e di Francino da Moile, operanti tra gli ultimi decenni del Quattrocento e i primi del secolo successivo; e altri volumi di grande interesse.

monastero San Giovanni

Con l'ingresso all'esterno del monastero si accede alla Spezieria (o farmacia) di San Giovanni. L'apertura di una spezieria, annessa al complesso abbaziale è documentata dal 1201, ma è probabile che essa esistesse già precedentemente e che in un primo tempo fosse destinata a uso interno del monastero divenendo solo successivamente pubblica. L'ubicazione attuale risale ai primi decenni del Cinquecento, cioè all'epoca di ricostruzione del monastero al quale la spezieria rimase fino al 1766, quando, per decisione del ministro della Corte borbonica Du Tillot, fu secolarizzata e i locali che la ospitavano radicalmente mutati. Si conservano le decorazioni delle volte e gli arredi lignei tuttora presenti e risalenti alla fine del XVI secolo-inizi del XVII. La prima sala detta del Fuoco per la presenza del camino, conserva i banchi per la vendita e le bilance ottocentesche, mentre negli scaffali in noce, originariamente laccati in chiaro, sono riposti vasi in ceramica e in legno databili al Seicento e all'Ottocento. Il medaglione della volta, alquanto deteriorato, raffigurante l'Assunzione della Vergine, è opera attribuita al parmense Innocenzo Martini (1551-1623). Un'aquila lignea intagliata, simbolo del monastero, sovrasta l'accesso alla seconda sala detta dei Mortai, arredata con mobili tardo manieristi che conservano vasi in maiolica ceramica (secoli XVII e XIX) e mortai in marmo e bronzo sei e settecenteschi. Nelle lunette un ignoto pittore tardocinquecentesco raffigurò gli antichi Maestri della Medicina, mentre nel riquadro al centro è l'Apparizione della Santissima Trinità a san Giovanni. La terza sala è detta delle Sirene per le cariatidi scolpite negli scaffali, intagliati con motivi manieristi da Alessandro Vandone nel 1606 e contenenti preziose pubblicazioni dei secoli XVI-XIX. Il quadro al di sopra del bancone con la Madonna, il Bambino e i santi Giovanni Evangelista e Benedetto è di provenienza veneziana e risale al 1595, mentre degli inizi del Seicento sono le lunette con le effigi dei medici parmensi. Dalla prima sala si accede al laboratorio della spezieria, un piccolo locale dotato di pozzo in cui si conservano alambicchi, bottiglie e oggetti necessari per la preparazione dei farmaci.

Madonna

lessico monastico

lessico monastico

Preghiera.

Eucarestia.

Rito durante il quale si rinnova l’azione di Cristo che dona ai discepoli il suo corpo come cibo e il suo sangue come bevanda. E’ il principale “sacramento” della religione cristiana.

Ufficio.

preghiera senza rito “sacramentale”, che consiste in canti, letture e suppliche rivolte a Dio, secondo determinate regole e, di preferenza, comunitariamente.

Ore.

parti dell’Ufficio, ripartite nel corso della giornata. Sono: lodi, terza, sesta, nona, vespro, vigilie ( o mattutino ).

Orazione.

forma di preghiera silenziosa, che consiste essenzialmente in una presenza attenta ed in ascolto di Dio.

Orazione.

forma di preghiera silenziosa, che consiste essenzialmente in una presenza attenta ed in ascolto di Dio.
Quando celebriamo il Divino Ufficio, pensiamo con quali disposizioni convenga stare davanti a Dio e agli angeli suoi, e celebriamolo in modo che il nostro spirito concordi con la nostra voce. Nella preghiera silenziosa siamo convinti che saremo esauditi non per le molte parole, ma per la purezza del cuore e la compunzione delle lacrime. All’Opera di Dio non si anteponga nulla. ( Regola di San Benedetto )

Conversione.

Il cammino del monaco è il cammino del Vangelo:”Presi per mano dal Vangelo, proseguiamo per i Suoi sentieri”(RB,Prologo). E’ un cammino di conversione:”Convertitevi e credete al Vangelo”,dice Gesù. Rispondendo alla chiamata di Cristo, il monaco si mette in cammino alla sua sequela. Tutta la vita è un continuo andare e, strada facendo,si operano quelle rinunce che rendo il cammino più spedito e liberano da tutto ciò che appesantisce.

Voto.

impegno preso davanti a Dio e alla comunità e che esprime il dono totale di sé al Signore.

Professione solenne.

impegno definitivo nella comunità, che segue alla professione temporanea e che si esprime nei tre voti previsti dalla Regola.

Stabilità.

questa espressione, tipica del vocabolario monastico, significa ad uno stesso tempo, l’ingresso nella vita religiosa e il modo di vivere che le è proprio. In effetti sta ad indicare tutta la realtà del cammino monastico alla sequela di Cristo. La conversione dei costumi abbraccia tutta la vita, in ogni suo aspetto particolare e per tutta la durata.

Conversione dei costumi.

il monaco non può cambiare comunità ( ameno che non lo chieda il suo/la sua superiore/a, ad es. per andare in fondazione). I fratelli si impegnano tutti a vivere fino alla morte in una medesima comunità.

Obbedienza.

il monaco non vive secondo la volontà propria o i suoi capricci, bensì secondo quanto viene deciso dal/la superiore/a, che tiene conto delle necessità della comunità e delle attitudini dei singoli fratelli. Certamente l’obbedienza comporta una dimensione di fede, ma anche una realtà di dialogo. La Regola consacra un capitolo anche all’obbedienza che i fratelli si devono reciprocamente.

Silenzio.

trattenersi nel parlare, che rende possibile l’ascolto di una voce che non le è propria. E’ una dimensione essenziale della vita monastica. San Benedetto le attribuisce una grande importanza: un monastero benedettino deve essere un luogo di silenzio.

Umiltà.

atteggiamento che permette di accettare se stessi, gli altri e le cose così come sono. San Benedetto nella sua Regola le dedica il capitolo più lungo.

Discrezione.

discernimento che permette di conservare la giusta misura in ogni circostanza. E’ una parola-chiave della spiritualità di San Benedetto.

Il principale contrassegno dell’umiltà È l’obbedienza senza indugio. Essa è propria di coloro che niente hanno di più caro di Cristo. Come se Dio stesso comandasse ”Poichè sta scritto: chi ascolta voi, ascolta me”. ( RB 5 )
Nel monastero bisogna soprattutto strappare fin dalle radici il vizio della proprietà privata. Tutto sia comune a tutti, come è scritto: “ La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede, aveva un cuor solo ed un’anima sola. Nessuno considerava suo ciò che gli apparteneva, ma tutto era comune a tutti”.

  • 1.Vivi sotto lo sguardo di Dio.
  • 2.Preferendo sempre alle tue proprie voglie.
  • 3.Obbedisci, per amore di Cristo obbediente.
  • 4.Nella prova sta in silenzio e confida nel Signore.
  • 5.Sii trasparente con chi ti è di guida.
  • 6.Accontentati di tutto e di tutti.
  • 7.Preferisci gli altri a te stesso.
  • 8. Cerca il nascondimento.
  • 9. Ama il silenzio
  • 10. Ridi solo di te stesso.
  • 11. Sii semplicemente quello che sei.
  • 12. Fino al midollo della tua coscienza,

sii convinto di essere creatura dipendente. In questo modo, non riponendo più la fiducia in te stesso, renderai visibile, anche senza volerlo, la felicità segreta di essere figlio che corre libero verso il Padre suo. ( Libera rielaborazione dei 12 gradi di umiltà: RB 7 )

Vita fraterna.

Una comunità benedettina non è né un’impresa commerciale, né un club. Ciò a cui più assomiglia, fatte evidentemente le debite differenze, è una famiglia, dove nessuno ha scelto gli altri e dove, tuttavia, ciascuno si sente solidale in maniera vitale con tutti gli altri. I monaci sono stati da Cristo a vivere con Lui e attorno a Lui, tutti insieme. In una siffatta comunità, la ricerca di una relazione personale con Dio è inseparabile da una condivisione materiale e spirituale quanto più possibile allargata e profonda.

Cenobiti.

monaci che vivono in comunità, a differenza degli EREMITI, che vivono in una solitudine più o meno marcata. La definizione benedettina suona così ”sotto una regola e sotto un abate”.

Abate/Badessa.

superiore/a di un monastero autonomo o ABBAZIA , eletto/a dalla comunità a tempo indeterminato. Ha pieni poteri nel potere temporale e nella direzione spirituale; in particolare ha il diritto di nominare tutti gli ufficiali del monastero e può sempre revocarne la nomina. Svolge un ruolo essenziale nell’animazione spirituale della comunità. La Regola insiste molto sulla sua responsabilità di fronte a Dio.

Priore/priora.

in una comunità che ha un abate, occupa il secondo posto dopo di lui; è scelto da lui e ne fa le veci quando è assente.

Professi.

monaci cha hanno “fatto professione”, il che significa che si sono impegnati pubblicamente a vivere la vita monastica, durante una particolare cerimonia liturgica.

Capitolo conventuale.

riunione dei professi solenni di una comunità, radunati ufficialmente per discutere i punti importanti che riguardano la loro vita, come: elezione del superiore/a, ammissione di un nuovo fratello, una spesa piuttosto gravosa, un cambiamento di osservanza; il tutto si decide con voto. Forse da questa usanza proviene il comune modo dire “avere voce in capitolo”.

Novizi.

candidati alla vita monastica, che si preparano alla prima professione. Il noviziato ha inizio con la “vestizione” o “presa d’abito”. Ha una durata che oscilla tra uno e due anni; è un tempo di formazione molto intensa, all’interno del monastero.

Postulanti.

candidati alla vita monastica, prima che inizino il noviziato.

Vogliamo dunque costituire una scuola del servizio divino. Nel costituirla noi speriamo di non stabilire nulla di penoso o pesante. Ma con l’avanzare delle virtù monastiche e della fede, il cuore si dilata e si corre la via dei divini precetti nell’indicibile soavità dell’amore.
Si sa , per fede, che l’Abate fa le veci di Cristo. Niente perciò egli deve insegnare o stabilire o comandare che sia contro il precetto del Signore. Tutto quello che è buono e santo, deve mostrarlo più con i fatti che con le parole, perché non avvenga che mentre insegna agli altri, egli sia ritrovato riprovevole.
L’Abate deve conformarsi e adattarsi secondo il carattere e l’intelligenza di ciascuno.
Alternando il rigore e la dolcezza, sappia dimostrare la severità del maestro e l’indulgente affetto del padre.
Non trascuri tenga in poca stima la salvezza delle anime a lui affidate, per preoccuparsi di più nelle cose transitorie, terrene e caduche.
L’Abate sappia che è stato scelto Più per servire che spadroneggiare.
Preferisca sempre la misericordia alla giustizia.
Odi i vizi e ami i fratelli.
Cerchi più di essere amato che temuto.
Non sia geloso o troppo sospettoso, perché non avrebbe mai pace.

Lavoro.

San Benedetto afferma che per essere “veri monaci”, bisogna guadagnarsi la vita con il lavoro delle proprie mani. Nella sua Regola egli stabilisce con cura sia i momenti in cui i monaci devono “attendere all’Opus Dei”(= cose di Dio), sia quelli in cui si dedicheranno alla “Lectio Divina “ (= ascolto della Sua Parola) e infine i tempi che impiegheranno nell’”opus manuum”(=lavoro materiale).Vi sono numerosi lavori da svolgere in un monastero:

Servizi.

lo svolgimento di ogni servizio è assicurato dai fratelli stessi, secondo lo spirito della Regola, che afferma:”i fratelli si servano reciprocamente”. Ogni settimana viene incaricato qualcuno per i servizi liturgici e quelli della mensa, al refettorio. Tra i servizi che abitualmente si svolgono in un monastero troviamo in particolare questi: sacrestia, infermeria, cucina, vestiario e biblioteca.

Cellerario.

termine che designa l’economo, che coordina i vari lavori e da’ ai fratelli tutto ciò di cui hanno bisogno. Assieme a lui un gruppo di fratelli assicura la contabilità, la gestione dei bilanci e tutte le necessità di ordine amministrativo.

Impiego.

ai fratelli viene assegnato un “impiego” a tempo indeterminato, a seconda della necessità della comunità e le rispettive attitudini.

Lavori.

i fratelli o le sorelle che ne hanno la capacità, assicurano i lavori per la manutenzione del monastero e il mantenimento della comunità. Tali lavori, destinati a sopperire ai bisogni comunitari, posso svolgersi in vari settori, quali: l’agricoltura, l’allevamento di bestiame, l’artigianato, l’arte, l’assistenza sanitaria, l’educazione, la ricerca intellettuale, la redazione di articoli o di libri, l’attività editoriale,la predicazione, ecc.

Si deve aver cura prima di tutto degli infermi, si che si serva davvero a loro come a Cristo in persona; infatti Egli disse:Fui infermo e mi visitaste”, e anche:”Quel che avete fatto ad uno di questi piccoli, l’avete fatto a me”. Gli infermi, dal canto loro, riflettano che si serve ad essi per onorare Dio e non molestino con troppe esigenze i fratelli che li assistono. Comunque devono essere tollerati con pazienza.

Accoglienza e missione.

Un monastero non ha il diritto di restare chiuso in se stesso. Certo, c’è la preghiera cui il monaco si sente delegato in modo particolare; ma ci sono anche altri bisogni nel mondo d’oggi, nella Chiesa che interpellano i monasteri a farsi luoghi di accoglienza, di silenzio, di dialogo spirituale

Portineria.

luogo in cui si trova il fratello portinaio, incaricato di rispondere a quanti bussano alla porta del monastero.

Parlatorio.

luogo in cui i monaci possono ricevere le loro famiglie o incontrare chi sta facendo un ritiro presso di loro o anche altri visitatori di passaggio al monastero.

Ritiro.

tempo in cui un ospite, o gruppi di ospiti, vive assieme alla comunità di un monastero e può partecipare alla preghiera comunitaria e a condivisione spirituale.

Foresteria.

luogo di accoglienza delle persone che desiderano fermarsi per qualche tempo presso il monastero, ad esempio per un ritiro, sia individualmente sia in gruppo. Il responsabile è il fratello foresterario.

Tutti gli ospiti che sopraggiungeranno siano ricevuti come Cristo, perché egli disse:”Fui ospite e mi accoglieste”. I poveri e i pellegrini siano accolti con particolari cure e attenzioni, perché specialmente in loro si riceve Cristo, mentre ai ricchi si porta rispetto per la stesa soggezione che incutono. La foresteria sia affidata ad un fratello che abbia l’anima posseduta dal timore di Dio. La casa di Dio, dunque, sia amministrata da saggi e saggiamente.

Madonna